Le grave di Ciano in alcuni documenti cartografici, dal 1800 alla Grande Guerra

È il 1800 e la repubblica di Venezia non esiste più da soli tre anni. L’Impero Austriaco, nuovo padrone dei territori veneti, subito organizza il rilievo topografico degli stessi dando vita a quell’interessante e ricco documento che è la Kriegskarte del ducato di Venezia, edita in soli 8 anni, dal 1798 al 1805, tempi brevissimi per il tempo. Questa è una delle più antiche rappresentazioni in cui le Grave di Ciano appaiono a scala abbastanza grande da poter cogliere diversi aspetti costituenti. La meraviglia è che il documento ci presenta un paesaggio abbastanza simile a quello attuale, con il letto principale a canali intrecciati gravante sulla sinistra idrografica, e l’ampia curva di Rivasecca e Ciano dominata da isole fluviali ben vegetate e separate da canali minori. Le Praterie del Conte Mezzana, il cui palazzo e masserie gravitavano attorno a Bosco di Vidor, ne fanno degli estesi prati, forse adibiti a pascolo. Da Covolo fino al Capitèl dei Lòvi, diversi passi barca collegavano la riva di destra con quella di sinistra, come indicato anche dalle strade che da quest’ultima riva risalgono verso il Quartier del Piave. Tutta la parte in sinistra del fiume, tra questo e la scarpata che sale al Quartiere, apprendiamo dal tenente Birnstil, compilatore della carta, essere pascoli comunali (li Saletti).

Fig.1: stralcio della tavola XII.12 della Kriegskarte. Ghiaie, sabbie e suoli prativi ci mostrano un ambiente simile a quello odierno.

Il valore di questo documento sta proprio nel dettaglio che fissa – come un fotogramma – un momento, uno stato, di quello che forse è l’ambiente geomorfologico più dinamico che esista: il letto a canali intrecciati di un fiume a carattere torrentizio. Ed è proprio questa forte dinamica che conferisce all’ambiente delle Grave il suo carattere di unicità: un letto molto ampio, costituito da un settore principale, dove il fiume si muove a canali intrecciati, quasi del tutto privo di vegetazione, e in destra un ambiente molto più stabile, soggetto ad inondazioni più o meno ricorrenti, piana naturale di sfogo ed esondazione durante le piene del fiume. Se ci inoltriamo da Ciano o da Rivasecca, in questo spazio golenale, troviamo ancora tutti quegli aspetti che ci suggeriscono il passaggio del fiume; dove con tracce più recenti, e dove in modo molto meno evidente, proprio delle barre (elemento di depositi fluviali mobili, che può stabilizzarsi per periodi più o meno lunghi) vegetate ed alberate.

La dinamica di questo ambiente resta inalterata per circa un secolo, dopodiché in una serie di anni ad abbondanti precipitazioni sia nevose che piovose si assiste ad una discreta riattivazione dei canali in destra, vie di naturale espansione delle piene. E si giunge a fine 1917 con il Piave che diventa prima linea nella Grande Guerra, nel tratto da Pederobba alla Laguna di Venezia. In questo periodo il fiume è la terra di nessuno tra i due eserciti opposti, ma la sua dinamica irrequieta comporta il continuo aggiornamento cartografico del suo corso. Ad ogni piena (ed erano frequenti in un corso d’acqua privo degli attuali sbarramenti fluviali per prelievi irrigui ed energetici) i canali intrecciati degli ambienti a Grave cambiavano disposizione e i cartografi militari ne davano riscontro.

Fig. 2: il continuo aggiornamento cartografico del Piave testimoniato in tre stralci di carte austro-ungariche a scala 1:25.000. A sinistra piano d’artiglieria dello 11 giugno 1918 (ASFi, MMM, SC-214/10; n. 176). In centro piano del 25 agosto 1918 (ASFi, MMM, SC-214/8; n. 178) e a sinistra piano del 25 settembre 1918 (ASFi, MMM, SC-214/9; n. 177). Si noti il processo di aggiornamento che dal sovrimpresso cliché azzurro diviene parte della base topografica. I settori numerati sono altrettante zone- bersaglio per l’artiglieria durante eventuale fuoco di interdizione per scoraggiare il transito all’avversario

Il terzo stralcio di figura 2 ci indica un fatto curioso che ha avuto come teatro le Grave di Ciano nell’inverno 1917-18. Molte carte austro-ungariche, sulle Grave – che, val la pena di ricordarlo, erano terra di nessuno – riportano alcuni segni che testimoniano l’attività di pattuglia degli inglesi. Infatti, il settore del Montello fu presidiato dalla 41a e dalla 23a Divisione Britannica da dicembre ‘17 a marzo ‘18. Ecco cosa accadeva nelle notti gelate di quell’inverno: ce lo racconta un fuciliere del XI Battaglione Northumberalnd, il soldato Norman Gladden. Val la pena di leggere:

La notte del 8 gennaio la compagnia ebbe l’ordine di inviare una pattuglia a perlustrare le difese del fiume. Fu posta agli ordini del nostro comandante di plotone e Westgarth e io venimmo scelti come serventi della mitragliatrice Lewis, un onore che non mi fece particolarmente piacere. Togliendoci delle nostre uniformi e di tutti i possibili segni di riconoscimento, indossammo delle tute di tela bianca per mimetizzarci sulla neve. Non prendemmo né l’elmetto né la maschera antigas, soltanto il fucile e una bandoliera. Westgarth portava la mitragliatrice e io le munizioni. Così bardati attraversammo la zona delle trincee: un gruppo di 15 fantasmi bianchi salutati dagli uomini dei nostri avamposti che ci auguravano buona fortuna senza invidia. Era una notte chiara: la neve candida rifletteva una specie di luce sulla distesa di ciottoli. Faceva molto freddo e non eravamo abbastanza coperti per difenderci dal gelo. Lasciandoci alle spalle le nostre sentinelle, con la raccomandazione di stare attenti al nostro ritorno, guadammo il primo canale: un torrente scivoloso di acqua gelida, profondo appena un palmo. La neve farinosa mi aveva gelato i piedi attraverso gli scarponi; ora il bagno ghiacciato mi penetrò fino alle ossa e mi intorbidi completamente le gambe. Il freddo di prima era caldo in confronto a questo. Continuai a camminare, sorpreso dal rumore che facevano i miei piedi insensibili urtando contro i sassi. Avanzammo con circospezione, attraversando altri piccoli ruscelli che scorrevano in canali separati nel letto del fiume. Ciuffi di arbusti rachitici spuntavano qua e là, dove il terreno rialzato formava delle isole più o meno permanenti in mezzo ai ciottoli. Ora il rombo del torrente veniva da tutte le direzioni ed eravamo letteralmente circondati dalle acque scroscianti: un’esperienza bizzarra che aveva del soprannaturale. L’aria gelida, tagliente attutiva le sensazioni. Sapevamo soltanto che dovevamo continuare a camminare per non lasciarci vincere dal torpore della notte circostante. Arrivammo all’ostacolo più difficile da superare: un corso d’acqua largo una trentina di metri ci tagliava la strada e cominciammo a guadarlo senza riflettere. All’inizio era poco profondo, come i ruscelli precedenti, ma arrivati nel mezzo il fondo scese e l’acqua turbinosa ci arrivò quasi alla cintola. Ora sarebbe sicuramente calata ma, a mano a mano che ci avvicinavamo alla riva opposta, l’acqua continuò a salire e la corrente ci investì con impeto travolgente. Colto di sorpresa, mi trovai ad annaspare, immerso fino al collo. L’uomo che mi precedeva era stato trascinato via dalla corrente ed era riuscito a stento a raggiungere una sporgenza della riva. A me accadde lo stesso. Per qualche istante persi completamente l’equilibrio e Mi sentii trascinare via come un turacciolo, senza poter far niente. Me la vidi brutta, perché non ero un gran nuotatore. Poi la riva mi venne incontro e proprio mentre ero preso in un mulinello, una mano si sporse e mi trasse in salvo sulla sponda ghiaiosa. Tutto accadde in men che non si dica. Fu una vera fortuna che la corrente ci trascinasse verso la riva perché, qualche metro più a valle, saremmo finiti nel corso principale. […] Andammo avanti ma con più cautela perché la nostra brutta avventura ci aveva piuttosto scossi. Al ritorno, bisognava riattraversare quel torrente vorticoso, e se qualcuno era ferito… […] Il cielo era una volta luminosa come si vede di rado nella nostra isola: il chiarore delle stelle faceva risaltare i cespugli bassi contro la neve e combinato col rumore dei nostri scarponi sui ciottoli, sarebbe bastato a rivelare la nostra presenza a una pattuglia nemica che si aggirasse nei pressi. In realtà, eravamo soli là fuori, anche se allora non potevamo saperlo. Ormai il rombo del corso d’acqua principale superava ogni altro rumore. L’ufficiale andò avanti in perlustrazione con un sottufficiale e una staffetta. La loro assenza fu di breve durata, ma nell’attesa credetti di morire di freddo. Avevano constatato che il fiume, poco più avanti, era così gonfio per le piogge recenti e così turbinoso da costituire una barriera invalicabile per noi e per il nemico, perciò non ci avevano molestati. Ben lieti di rimetterci in cammino, tornammo al torrente appena guadato e, dopo un breve consiglio di guerra, fu deciso di formare una catena tenendoci per le braccia e di tagliare la corrente. Manovra che ebbe pieno successo e ci servirà di lezione per il futuro. La corrente ci trascina via come prima, ma reggendoci a vicenda non avemmo difficoltà a raggiungere l’acqua bassa.

Non so dove trovai la forza di percorrere l’ultimo tratto di strada. Il mio abbigliamento sommario era inzuppato d’acqua gelata e rendeva il mio corpo intirizzito. Il freddo aveva annullato in me ogni altra sensazione. Ricordo vagamente di aver attraversato le nostre trincee e di aver udito voci isolate che venivano dall’ignoto, e aver salito a tentoni gli scalini che portavano alla strada e di essere entrati in una stanza che mi sembrò il paradiso. Eravamo al comando di Battaglione e parecchi recipienti di acqua bollente davano al locale l’aspetto di un bagno turco. Varie figure in divisa cachi mi aiutarono a togliermi di dosso i cenci fradici e l’acqua calda cominciò subito a fare effetto.

Quest’avventura non fu unica, come del resto si capisce da questa memoria. I soldati affineranno la tecnica per affrontare le gelide notti e le più ancor gelide acque, cospargendosi di grasso, facendo uso di corde e allacciandosi a catena umana. Molte volte, quando riuscivano ad attraversare tutti i rami del Piave, tornavano con qualche vedetta austro-ungarica fatta prigioniera.

Quest’attività partiva da Ciano e attraversava il Piave in direzione nord. Ed era talmente frequente e molesta che la cartografia austriaca la riportò nelle sue mappe, segnando il sentiero seguito nel primo tratto (Fussweg, in rosso ed evidenziato in figura 3) fino a raggiungere un’isola fluviale da cui partivano le scorrerie (Englander nest [nido degli inglesi], in tedesco e Anglosziget [isola degli inglesi], in ungherese: in blu evidenziato in figura 3). Uno dei pochi casi in cui è stata documentata in carta attività di pattuglia.

Fig.3: carta austro-ungarica (ASFi MMM P-214/9) che rappresenta le disposizioni avversarie e, evidenziati in giallo, i segni dell’attività di pattuglia notturna effettuata dagli inglesi. Questi partivano in plotone da Ciano e arrivavano alla linea degli avamposti avversari facendo il percorso più lungo, attraversando tutte le Grave.

Durante la Battaglia del Solstizio, nel giugno ’18, sulle Grave non fu tentato l’attraversamento del fiume, in forza proprio del grande spazio scoperto da percorrere: gli austro-ungarici getteranno i loro ponti di barche da Falzè di Piave in giù (in 9 giorni di battaglia verranno costruiti e ricostruiti circa 70 ponti). Sarà durante l’ultima grande battaglia, quella del 24 ottobre’18, nota col nome di Battaglia di Vittorio Veneto, che un ponte di barche italiano sarà gettato a più riprese – sia per la forte corrente del fiume sia per l’efficacia dell’artiglieria austro-ungarica – davanti al Buoro di Ciano, laddove le Grave si restringono e il Quartier del Piave si avvicina al Montello. Ci furono momenti tragici in cui i reparti italiani resteranno isolati tra il fuoco e l’acqua, col solo soccorso dei biplani che si abbassavano a gettare sacchi di viveri e munizioni. È in questi primi due giorni che l’Isola Verde, così denominata per la stabilità della sua vegetazione arbustiva, si coprirà letteralmente di cadaveri e prenderà il nome che ancor oggi ricorda quell’epopea: l’Isola dei Morti.

Fig. 4: carta britannica del gennaio 1918 (ASFi MMM P-178), disegnata su base topografica italiana, leggermente adattata.  Si coglie l‘estensione delle Grave, i nomi gergali delle isole fluviali dati dai soldati italiani, i rami principali del Piave. Una bellissima distesa naturale, affidata alle dinamiche del Piave.
Fig. 5: dall’osservatorio di Monte Fagarè, sopra Cornuda, verso la Grave di Ciano. La zona più scura tra le due scritte “F. PIAVE” è una larga barra fluviale ben vegetata allora nota come Isola Verde. Dopo La battaglia finale dell’ottobre 1918 assumerà il triste nome di Isola dei Morti.

In conclusione, un evento così grande e devastante come quella guerra, non avrà recato una minaccia seria a quell’ambiente, pur lasciando un’innumerevole quantità di proiettili esplosi e non, e chilometri di filo spinato. Il Piave attraversò anche questa follia umana, continuando la sua strada, illuminando il territorio di vita e meraviglia, mentore ancora inascoltato.

Francesco Ferrarese

Bibliografia essenziale:

Ferrarese F. (2017) Il Montello nella Miscellanea di Mappe Militari della prima guerra mondiale. In: Bondesan A., Scroccaro M. (a cura di). Cartografia militare della prima guerra mondiale. Cadore, Altopiani e Piave nelle carte topografiche austro-ungariche e italiane dell’Archivio Di Stato di Firenze. Antiga Edizioni, 2017.

Gladden N. (1977) Al di là del Piave. Garzanti

Rossi M. (a cura di) (2005) Kriegskarte, 1798-1805. Il Ducato di Venezia nella carta di Anton von Zach (Das Herzogtum Venedig auf der Karte Antons von Zach). Fondazione Benetton Studi e Ricerche. Grafiche V. Bernardi.

“Laudato sì” per una rinnovata cura della natura

Conosco bene le Grave del Piave, oasi di vita e pace, dove ogni angolo è un invito a “sostare” per lasciarsi avvolgere dalle voci della natura. Ogni passo diventa un’occasione  autentica per “connetterti” con quella natura che per tutti, credenti e non, è “parte integrante di noi stessi”.

San Francesco d’Assisi, grande camminatore, un anno prima della sua morte (1226) scrisse quel Cantico delle Creature che a ragione viene definito il “più bel brano di poesia religiosa dopo il Vangelo”. Il componimento nasce dopo una lunga notte di sofferenza. Ormai il corpo di Francesco era consumato dalla malattia, ma lui sente semplicemente di “lodare il Signore e per mia consolazione”. Quel Cantico è un invito dell’uomo a riconciliarsi con se stesso, con gli altri, con la natura e con Dio stesso. Un Cantico che trasmette un forte messaggio di “fraternità cosmica”: tutto rimanda al Creatore, tutto ciò che è bello, vero e buono è espressione della Creazione. Un Cantico che ci insegna che la natura colta nella sua profondità – “contemplata” – rivela e parla di se stessa insegnando all’uomo che il suo essere profondo si realizza nella relazione: con se stesso, con gli altri, con la natura.

Il 18 giugno 2015 un altro Francesco, Papa Bergoglio, firma una enciclica (una lettera pastorale ai Vescovi della Chiesa Cattolica) che già nel titolo, “Laudato si’”,  riprende il messaggio del Santo d’Assisi per evidenziare che oggi  la natura  è drammaticamente “calpestata nella sua dignità”.

San Francesco allora anticipò quell’ecologia integrale che pone l’uomo non nella condizione del consumatore o manipolatore, ma del custode.

Anche Papa Francesco vede in questa rinnovata ecologia integrale la strada da perseguire oggi per una nuova responsabilità sociale riconoscendo che “l’ambiente è un bene collettivo, patrimonio di tutta l’umanità e responsabilità di tutti” (95).

Sono in molti a portare l’attenzione sulle proposte che il Papa offre su come affrontare seriamente la sfida del futuro per risolvere i problemi ambientali. Certo questa lettura “politica” del documento di Papa Francesco ha occupato i titoli dei giornali, ma non possiamo dimenticare che questo documento in primis ha una finalità magistrale, pastorale e spirituale. Sappiamo che questi documenti del Magistero sono spesso il prodotto finale di un lungo processo di “ascolto” dei tanti contributi di esperti e non. Il Papa poi è il redattore finale e dal suo ruolo magistrale, indica orientamenti per i credenti  e non solo.

E’ forte l’appello che il Papa fa ai credenti: la “sorella terra” oggi grida per esser da troppo tempo “violata e distrutta dagli essere umani”, una terra “fragile ed indifesa” che chiede attenzione e premura. Un grido quello della terra che si unisce a quello dei poveri del mondo, spesso calpestati nella loro dignità ed umanità. Queste grida hanno bisogno di esser intercettate ed ascoltate, invocano risposte, azioni adeguate, cure sollecite: terra e poveri unite nei loro profondi drammi.

È interessante osservare l’attenta analisi dei problemi che affliggono la Terra, la nostra “casa comune”. L’inquinamento, i cambiamenti climatici, la questione dell’acqua, la perdita di biodiversità, il deterioramento della qualità della vita umana e degradazione sociale. Il contributo che la scienza oggi dà alle problematiche ambientali risulta esser indispensabile anche per descrivere bene la situazione in atto ed individuare possibili vie d’uscita “pratiche”. Una crisi ambientale che va affrontata al fine di non compromettere il futuro dell’umanità.

L’impianto antropologico alla luce della Rivelazione è sempre presente nel documento con una costante attenzione al linguaggio simbolico/evocativo che la Parola di Dio offre ad ogni uomo. Da qui il richiamo al racconto della Genesi (la responsabilità del “coltivare e custodire” il giardino del mondo), all’insegnamento del Vangelo che è un continuo invito ad una comunione con tutti gli esseri umani, ad avere cura dell’altro/a che è prossimo a noi vivendo quell’amore vicendevole che Gesù ha vissuto in prima persona. La natura occupa i nostri spazi e i nostri tempi, fa parte del nostro essere creaturale e nella sua meraviglia “svela” l’invisibile e l’eterno.

Lo sforzo del Papa è comprendere prima di tutto le ragioni profonde di questa crisi ambientale. Per il Pontefice il dominio tecnocratico ha portato alla distruzione della natura e allo sfruttamento dei più poveri. Egoismi di pochi, pretese di alcuni di dominare sui più deboli e sulla stessa terra, esigenze economiche che non rispettano la dignità delle persone considerandole a volte semplici oggetti (e ciò vale anche per la natura), la cultura dello “scarto”.

Il tema ecologico dunque va di pari passo con il grande tema della giustizia. Da qui l’esigenza di una nuova ecologia integrale. Si tratta per certi versi di una visione “olistica” dove le problematiche e le vie di soluzioni s’intrecciano tra loro: “tutto è collegato”! Dove il sistema terra/ambiente, persone/popoli, contesti urbani/natura non sono a sé stanti ma si “connettono tra loro” e richiedono azioni “giuste”. Da qui un forte appello ad una “ecologia della vita quotidiana” che promuova la “qualità della vita” nei diversi ambiti relazionali (spazi pubblici, abitazioni, trasporti).

Affrontare le diverse problematiche di questi ambiti in una “logica d’insieme, di correlazioni” significa oggi impegnarsi in una nuova idea di bene comune che garantisca ad ogni esser umano una vita “buona, giusta e positiva”  nei diversi contesti ambientali, sociali, economici.

La concretezza dell’enciclica è evidente là dove il Papa propone anche ai governi e agli organismi proposti alcune soluzioni improntate al dialogo internazionale che porti ad una governance globale per affrontare le diverse criticità dei beni comuni globali. Dialogo tra le diverse parti, capacità di cura, creatività generosa, trasparenza nei processi decisionali, uso sostenibile delle risorse, approccio integrale della stessa politica.

Di fronte a questo dramma globale occorre un altro “stile di vita” che vada al di là dell’individualismo e relativismo e alle logiche di dominio, ma azioni “rigenerative”. Il Papa riconosce un ruolo importante all’educazione ambientale, a quelle semplici prassi di attenzione all’ambiente (si pensi la riduzione dei sprechi dell’acqua o della luce), a quelle azioni di “rete comunitarie” che sono davvero segnali di autentica conversione ecologica.

Se tutto è relazione, se il nostro “stare con la natura significa esserne parte di essa” allora sentimenti come la gioia, pace, bellezza, speranza si alimentano attraverso la “carità” che si esprime anche nella “cura della natura” contro le logiche dello sfruttamento e del dominio.

Allora sì che quelle “grida” della Madre Terra saranno ascoltate, allora sì impegnarsi per il Bene Terra significa rinnovare quella grande “alleanza” che, per i credenti di qualsiasi religione, Dio ha posto con l’uomo. Quel “giardino è un dono che va coltivato e difeso”. La “cura” di quel giardino significa preservare un bene “per” consegnarlo alle nuove generazioni integro e far sì che l’arcobaleno della pace, segno della bellezza e dell’armonia, possa fiorire e lasciare il suo segno per sempre.

Loreno Miotto

Foto di copertina e Gallery di:

Ph. Guido Andolfato©

Ph. Giancarlo Silveri ©

Ph. Michele Zavarise©

Ph. Valter Binotto©

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Le Grave della memoria

Le due finestre della camera dove sono nato, nella mia vecchia casa a Ciano, guardano a nord, verso la grande ansa del Piave.  Dalle robuste braccia di mia madre, è probabilmente il primo paesaggio che ho visto: allora il greto – da qua, amplissimo, si estende fino a Vidor, e tale continua per buon tratto verso levante – era una bianca distesa di ghiaie, solcata dai rami del fiume, sempre mutevoli a seconda della portata d’acqua, azzurri come il cielo che riflettevano. Tale rimase fino agli ultimi anni ’60 del secolo scorso.  Poi, o per un sostanzioso prelievo d’acqua a monte, o per gli scavi incongrui che modificarono antichi alvei, o per altri motivi che mi sarebbe arduo considerare tecnicamente, qualcosa cambiò, e quell’immenso ghiaione “autopulente” (anche qualche tenace arbusto che si fosse azzardato a spuntare veniva, dopo un po’, spazzato via) mutò radicalmente aspetto, colonizzato da una vegetazione che si è fatta rigogliosa e fittissima, e che comprende anche spettacolari alberi d’alto fusto. Quello che più sorprende è la rapidità con cui tutto si è svolto, considerando che si tratta di un caso – abbastanza raro – di risposta della natura a modifiche dell’ambiente provocate dall’uomo, e non, una volta tanto, di un paesaggio defunto, devastato dall’antropizzazione.  Tant’è che molti animali – dai grandi volatili alle minuscole arvicole – ne sono stati attratti e lo hanno eletto a loro dimora: e così questo “nuovo” ambiente è diventato spontaneamente un ecosistema complesso, meritevole (ancor più di questi tempi) di accurata protezione e sorveglianza.

Scriveva una cinquantina d’anni fa l’Amico Benito Buosi, allora presidente dell’ E.P.T. di Treviso: “…Non si tratta di conservare in modo immobilistico – col rimpianto di ciò che fu e che non potrà più essere – né di sottrarre l’ambiente all’uomo. Si tratta, anzi, di assicurarglielo in modo duraturo, perché in esso rinvenga l’itinerario della sua storia e le ragioni attuali di una vita che non voglia autodistruggersi.”                    
L’osservazione si riferiva alla decomposizione del paesaggio rurale, ma è assolutamente pertinente anche al caso delle “Grave”. Vivere in armonia con il territorio è, assieme, vantaggio e privilegio.                      
“Effetti del buon governo” intitolava un suo affresco nel palazzo comunale di Siena Ambrogio Lorenzetti: estrapolando l’immagine di un tempo arcaico, ci si ponga il quesito se – e quanto – il rispetto del paesaggio ci aiuti a vivere e a crescere con buon senso e buon gusto, con l’amore che è generato dall’armonia, con l’intelligente premura di proteggere ogni nostra “piccola Patria” per quelli che verranno dopo di noi. Diceva Bepi Mazzotti – che, bontà sua, mi onorò di simpatia e stima – : “…Dobbiamo difendere  tutto il paesaggio, la campagna nostra, le spiagge del mare, i lungolago, i laghi stessi, le colline, i monti. Dobbiamo difenderlo da noi stessi, dal nostro egoismo, dalla nostra cecità, dalla nostra incomprensione, dalla insensibilità, dal cattivo gusto.”
Premonizioni di intellettuale o tragica realtà?                                                  
E’ proprio in questi ultimi 50 – 60 anni che si è insultata la nostra “piccola Patria”.  C’è un libro – temo ormai introvabile – dello stesso Mazzotti (“Immagini della Marca Trevigiana”) fatto, appunto di fotografie, che solo i vecchi come me riescono a decodificare: in pochi anni è tutto cambiato (in peggio) e “quella” Marca Trevigiana sembra mai esistita. Naturalmente, per gli irriducibili appassionati – come me, e non chiamateci nostalgici – la memoria di questo mondo perduto è palpitante. Con un’espressione di moda, direi che è nel nostro DNA.

Paesaggio dal Montello – Morello 1995 ©

Così, quella che vidi da infante è pur sempre – e rimarrà! – l’immensa grava bianca, elemento cromatico su cui compitai moltissime rappresentazioni pittoriche, da quando ebbi coscienza di un talento fortunato che mi consentiva di esprimere – anche attraverso i colori –  immagini ed emozioni. Le bianche Grave, dunque, come elemento peculiare e distintivo del mio luogo di origine, come fu ed è ancora il bel campanile di Ciano, svettante sulla campagna ai piedi del Montello, a rassicurarmi e dirmi che là vicino c’è anche la mia amatissima casa. 
Certo, qui il discorso si amplia: la “piccola Patria” è certamente comune forma di ispirazione e di espressione di tanti artisti, spesso richiamata nelle loro opere. Non sembri irriguardoso o  presuntuoso l’accostamento ma, solo per citarne alcuni di un periodo storico particolarmente florido di ingegni per noi Veneti, penso ai Bellini, a Tiziano, a Cima, al Paolo Veronese di villa Barbaro, al fantasioso Carpaccio, o a Giorgione per quel poco che visse, al mistico Lotto, che inserivano nei teleri paesaggi delle loro terre d’origine: del resto, allo stesso Leonardo, quando ritrasse la Gioconda, piacque mettere sullo sfondo un paesaggio in cui, forse, era cresciuto. Io sono convinto che vi sia un solido legame fra l’artista e il paesaggio delle sue origini. 

Primavera a Ciano – Morello 2007 ©

Con quanta emozione ho tante volte raffigurato il “giro del Piave” che certamente vedeva Gino Rossi nella sua tribolata vita Montelliana! E’ rimasta, nei miei quadri, l’immagine delle Grave bianchissime, coi rigagnoli verdi-azzurri d’acqua, con lo sfondo dei monti.  C’è un acquerello di Sante Cancian che ritrae il Piave al ponte di Vidor: diventò la illustrazione di copertina di un altro meraviglioso libro di Bepi Mazzotti (Piave, Grappa, Montello) e rappresenta esaurientemente il “Piave della memoria”. 

Frontespizio pubblicazione “Piave Grappa Montello”
di Giuseppe Mazzotti – Istituto Geografico De Agostini
Novara – maggio 1938
acquerello di Sante Cancian

Questa indimenticabile ghiaia bianca compare anche in tanti miei paesaggi Montelliani: talvolta è solo un bianco segno lontano, per dare profondità alle doline dei primi piani; ma riappare protagonista in forme quasi verticali (come sembra prospettarsi da certi speroni sopra il greto) o diventa idea (o ricordo?) in altri dipinti ove la difficoltà dell’informale trova sostegno in riferimenti grafici già sperimentati.  

Il Piave – Morello 1995 ©

Dunque, è chiaro che io rimpiango le bianche ghiaie: ma una provvidenziale curiosità mi spinge ad osservare le Grave come sono adesso: sembrano i “magredi” del Tagliamento o del Cellina, come li raffigurava, con segno nitido e forte di grafico raffinato, il friulano Zigaina. Non più, dunque, rami azzurri allo scoperto, ma acque quasi nascoste nella vegetazione, boschetti, pascoli, cespugli: mi va bene tutto, anche se non ha la suggestione del primo amore (la grava bianca). Ma, a scombussolare tutto quanto, mentre si discute se le Grave siano il posto adatto per costruire vasche di contenimento delle piene del fiume (chi dice sì, altrettanti dicono no), con la prospettiva di una specie di muraglia cinese in cemento alta 8 metri (che sarebbe la fine, estetica e funzionale, delle Grave di Ciano), da almeno un paio d’anni questo territorio promosso a Zona di protezione speciale, Zona speciale di conservazione e area Wilderness è utilizzato da elicotteri militari per esercitazioni – anche notturne – con evoluzioni o stazionamenti a quota radente, atterraggi e sorvoli a circuito. Incredibile, vero? Non è un controsenso clamoroso?  Eppure, se ci fossero state tempestive proteste, forse questa incongrua e indisponente attività sarebbe cessata.
E’ come se un vandalo mettesse un aereo con la scia di condensazione in un cielo del Tiepolo, e nessuno trovasse da ridire.

Valentino Morello


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In copertina Paesaggio a Ciano – Morello 1965©

Gravelando

Grave d’inverno

Ritrovo ai piedi del campanile di Ciano, tempo di un sorriso dietro le mascherine, di mettere degli scarponcini e poi via, verso le Grave di Ciano, dove l’inverno è luce, vuoto, essenza.

La prateria secca riflette una luce d’oro e gli alberi privi di chioma, trasparenti, amplificano lo sguardo nello spazio libero. Si coglie ciò che nelle stagioni verdi può sfuggire.

Camminiamo lungo il sentiero, tra i prati steppici contornati da quinte arboree addensate a boschetto, alberi sparsi, cespugli, vaste e intricate estensioni di arbusti.

Lasciamo spaziare lo sguardo e sullo sfondo biondo scuro i colori divergenti catturano la nostra attenzione: il bianco azzurro dei licheni, i rami rosso lucido del Sanguinello, le bacche delle rose selvatiche, la nudità esposta di un albero scortecciato, il verde brillante dell’edera che avvinghia grottescamente i tronchi.

Ciottolo decorato dai licheni – Ph Sabrina Venuti©
Arbusto di Cornus sanguinea – Ph Sabrina Venuti©
Frutti della Rosa canina – Ph Sabrina Venuti©

E’ il momento giusto per apprezzare le masse rigogliose e persistenti di verde e in generale la non banalità dell’edera. Da sfatare l’idea che si tratti di un parassita: l’edera approfitta dei sostegni per saziarsi di luce e tante sono le sue relazioni con gli altri componenti dell’ecosistema.

Hedera helix che avvolge un albero – Ph Sabrina Venuti©

Il suo manto protegge i tronchi dal gelo, le foglie che per noi sono velenose sono cibo per molte specie di erbivori, è rifugio invernale, uno dei pochi, per gli insetti destinati a dar vita alle nuove generazioni primaverili, per la prima nidiata di merlottini che di solito avviene a marzo quando tutto il resto è ancora secco. Con i fiori autunnali ricchi di nettare e polline soccorre gli ultimi insetti e con le bacche violacee nutre nugoli di uccelli durante l’inverno.

In un boschetto rado ci fermiamo ad ammirare un vecchio tronco sforacchiato “a flauto” dai picchi.

Il lavoro dei picchi – Ph Sabrina Venuti©

Tra le varie specie di picchi segnalate nelle Grave, è probabilmente il picchio rosso maggiore, amante delle specie tipiche di ambienti fluviali come pioppi e salici, l’artefice di questi fori.

Con l’edera, anche i picchi dispensano servizi a piene mani: sono i soli e infaticabili costruttori di cavità nel legno, che vengono poi utilizzate come nido, dormitorio, dispensa per provviste, ricovero di emergenza per uno stuolo di altre specie: uccelli come le cince e altri passeriformi, pipistrelli e piccoli mammiferi come ghiri e scoiattoli li usano anche come albergo di svernamento. I fori a flauto sono preziosi perché possono con il tempo collassare e dar forma ad un’unica ampia cavità in grado di accogliere anche voluminosi rapaci notturni come gli allocchi. A completare la gamma dei servizi è anche la riserva d’acqua piovana che può raccogliersi nel fondo delle cavità, sfruttata questa da un numero incalcolabile di specie animali.

Albero bucherellato in dettaglio – Ph Sabrina Venuti©

Il sole si abbassa all’orizzonte e la foschia avvolge il paesaggio, è tempo di rientrare, come sempre ritemprate dal contatto con la natura. Sulla via del ritorno appare un capriolo. Ci fissa a lungo poi scompare tra gli arbusti e anche noi, grate per questo incontro, riprendiamo la nostra strada

Capriolo – Ph Sabrina Venuti©

Traiettorie invisibili

Migrazioni anfibie tra Montello e Piave

Avete mai provato a immaginare di guardare da una prospettiva diversa ciò che vi circonda? Per riuscirci è necessaria un bel po’ di concentrazione, tanto siamo abituati alla nostra personale visione del mondo. Ma ne vale la pena. A volte, cambiando semplicemente punto di vista, scoperte inaspettate arrivano a meravigliarci.

La strada Panoramica è un nastro di asfalto che si srotola lungo il versante settentrionale del Montello. Come suggerisce il nome stesso, chi la percorre può godere di una visione d’insieme del paesaggio in cui è immersa. Da un lato, le scarpate ascendenti del colle, un alternarsi di lembi di bosco e prati interrotti dalle “prese”, le vie di collegamento che partono dalla strada Dorsale. Dall’altro, le scarpate discendenti che portano alla Piave e, sullo sfondo, un cenno di Prealpi. Da entrambi i lati, qua e là, abitazioni.

Proviamo ora a cambiare punto di vista. Immaginiamo per un attimo di poter guardare lo stesso paesaggio dall’alto, a volo d’uccello. Probabilmente da quella prospettiva a dominare il nostro panorama ci sarebbero elementi diversi. Sarebbe improbabile descrivere una scarpata ascendente e una discendente che costeggiano una strada. Ad attirare l’attenzione sarebbe invece un mosaico di boschi, agglomerati rocciosi, prati, e campi coltivati che si avvicinano alla Piave. Il fiume ci apparirebbe come un complesso dedalo di rivoli d’acqua disegnati sulla ghiaia, che si uniscono in un ramo principale. Potremmo distinguere la presenza di un canale d’acqua rettilineo che corre parallelo alla strada Panoramica, il canale “Castelviero-Della Vittoria” di proprietà dell’ENEL. E tra il canale e l’intreccio d’acque della Piave, farebbe capolino un ambiente selvaggio, quello delle grave, un alternarsi di prati steppici, boschi ripari radi e pozze temporanee.

Buoro Vecio nelle Grave di Ciano. Tipica zona umida frequentata dalla rana di Lataste (Rana latastei) – Foto di Ph Enrico Romanazzi©

E ora, un altro esercizio. Usiamo ancora l’immaginazione e proviamo a tracciare su questa veduta d’insieme dall’alto, una miriade di linee. Le linee partono da punti diversi del mosaico di boschi e prati sul Montello. Tagliano perpendicolarmente la strada Panoramica e il canale artificiale per fermarsi negli ambienti umidi alla base del colle e lungo il greto della Piave: raccolte d’acqua effimere o permanenti, pozze e piccoli stagni.

Quelle linee sono le traiettorie invisibili percorse da diverse specie di anfibi. Si tratta di una vera e propria migrazione, un fenomeno spettacolare che si ripete ogni anno, tra la fine dell’inverno fino a primavera inoltrata. Migliaia di animali si spostano dai siti di svernamento per raggiungere quelli dove possono accoppiarsi e riprodursi. Un viaggio di andata e ritorno, necessario alla sopravvivenza delle specie.

Non tutte le undici specie di anfibi presenti sul Montello intraprendono questa migrazione verso le zone umide situate nelle grave e in direzione della Piave, al di là della strada Panoramica. I grandi protagonisti, capaci di percorrere anche distanze importanti, sono la rana di Lataste (Rana latastei), una specie endemica della pianura padana, il rospo comune (Bufo bufo) e la rana dalmatina (Rana dalmatina). Piccoli spostamenti sono compiuti anche dai tritoni, in particolare il tritone punteggiato (Lissotriton vulgaris) e il tritone crestato italiano (Triturus carnifex). Quando la primavera si avvicina si mettono in viaggio la raganella italiana (Hyla intermedia), il rospo smeraldino (Bufo viridis) e la rana verde (Pelophylax synkl. esculentus). Ogni specie si dirige verso il tipo di raccolta d’acqua che predilige, più o meno profondo, all’ombra o più esposto alla luce diretta del sole, stabile o effimero. Anche il tempo di permanenza nei siti riproduttivi varia a seconda delle specie e anche del sesso dell’animale: le femmine di solito sono le prime a fare ritorno nei diversi ambienti che connotano il Montello.
Gli anfibi sono protagonisti di un pendolarismo stagionale che sfugge alla nostra attenzione, fino a quando non incrociamo le loro invisibili traiettorie.

Coppia di rospo comune (Bufo bufo) in migrazione – Foto dall’archivio di SOS Anfibi©

Ultimo cambio di prospettiva. Torniamo alla strada Panoramica e questa volta proviamo a guardarla dal punto di vista di un piccolo anfibio, raso terra. Quel nastro di asfalto che si srotola davanti a lui è un forte elemento di disturbo che modifica e frammenta l’ecosistema in cui vive. Oltrepassarlo è però necessario, perché gli anfibi tornano nel luogo in cui sono nati per riprodursi, guidati dall’istinto. Questa tendenza si chiama filopatria. I siti verso cui sono diretti presentano le condizioni ambientali adatte alla riproduzione. Non ci sono alternative. Attraversare la strada Panoramica è una missione davvero difficile da portare a termine per un anfibio. Ci si avventura in un ambiente esposto e inospitale. La mortalità diretta causata dall’investimento da parte dei veicoli di passaggio è praticamente inevitabile. Infatti, nel periodo riproduttivo gli anfibi si mettono in viaggio all’imbrunire, proprio in coincidenza con l’orario di maggior traffico stradale, quando le persone rientrano a casa dopo una giornata trascorsa al lavoro. E se anche riuscisse ad attraversare incolume la strada, quell’anfibio si troverebbe davanti un’altra barriera insormontabile, il canale artificiale “Castelviero-Della Vittoria”, con le sue scivolose pareti di cemento e una corrente molto forte, e altri manufatti (canalette e tombini) in cui rischierebbe di rimanere intrappolato.

Femmina di rospo comune (Bufo bufo) col maschio sul dorso tenta l’attraversamento del pericoloso “nastro d’asfalto” – PhGiovanni Morao©

Road ecology è il nome di una disciplina nata da poco più di vent’anni per studiare gli impatti delle strade e altre infrastrutture sugli ecosistemi e sulla fauna selvatica. Inquinamento, forme di disturbo (ad esempio il rumore e l’illuminazione artificiale) e frammentazione ambientale ne sono degli esempi. La mortalità stradale è però tra gli impatti, la forma più evidente. E sulla strada Panoramica, gli anfibi che compiono migrazioni sono tra le specie più colpite.

Volontari di SOS Anfibi all’opera per la posa delle reti lungo la strada Panoramica – Foto dall’archivio di SOS Anfibi©

È grazie all’azione dei volontari di SOS Anfibi che ogni anno migliaia di rospi e rane riescono a compiere in sicurezza il loro viaggio di andata e ritorno verso i siti di riproduzione. Più di tre chilometri di reti vengono posizionate ai margini della strada Panoramica, per impedire agli anfibi di riversarsi sull’asfalto. Quando inizia la migrazione, ogni sera i volontari pattugliano la strada e perlustrano le reti per raccogliere gli animali e condurli al sicuro verso le zone umide.
È un lavoro intenso e faticoso, che si protrae di media per un mese e mezzo, fino a quando la migrazione ha termine. Ogni anno in quel periodo vengono “salvati” dalla strada tra Montello e Piave più di 7000 anfibi!

Femmina di rana di Lataste (Rana latastei) bloccata dalle reti anti-attraversamento – Foto dall’archivio di SOS Anfibi©

L’attività di salvataggio compiuta dai volontari viene definita dagli esperti una forma di conservazione attiva. Ma una migrazione così spettacolare, per numero di esemplari e specie di anfibi coinvolti, non può dipendere da soluzioni temporanee, ha bisogno di opere durature che pongano rimedio alla presenza della strada, come gli attraversamenti per la fauna (sottopassi o ponti faunistici). Infatti, una forma di tutela efficace assicura a questi animali selvatici la possibilità di muoversi liberamente e in sicurezza negli ambienti in cui vivono, lungo le traiettorie invisibili della migrazione tra il Montello e la Piave.

Osservare ciò che ci circonda da un’altra prospettiva, spostare il punto di vista, fare proprio lo sguardo di un altro, immedesimarsi.

Un esercizio che forse potremmo fare più spesso.

A cura di SOS Anfibi ODV

Foto di Copertina di Ph Giovanni Morao©

Ripensare il nostro rapporto con la natura-mondo.

Ricercare una nuova visione della natura e dell’uomo

“Molte potenze sono tremende ma nessuna lo è più dell’uomo”

Sofocle, Antigone, Primo Stasimo, Einaudi (traduzione di M. Cacciari)

“Il tremendo di cui l’uomo è capace è di dimenticarsi del divino, del limite!”

(M. Cacciari, introduzione a Antigone, cit. )

Dimenticarsi del limite, del finito, della finitudine significa acquisire quel senso di onnipotenza che ti fa pensare di poter agire senza porti il problema di quale limite porre al tuo agire!

A quali condizioni gli uomini potranno continuare ad abitare la terra? Abbiamo preso atto che il nostro intervenire sul pianeta non può non comportare l’intervento del pianeta su di noi! E’ per questo che bisognerà continuare a parlare di quale o quali sono le condizioni alle quali gli uomini (e non l’Uomo!)  potranno continuare ad abitare la terra.

Oggi sappiamo che abbiamo bisogno di un nuovo rapporto: da dominatori, da indiscussi padroni onnipotenti come ci siamo sentiti per tanti secoli, dobbiamo diventare semplici servi, nel senso di essere capaci di metterci al servizio di quella difficile, complessa, relazione che ci impegna a ricercare un nuovo equilibrio nell’ecosistema di cui siamo una parte, non il tutto! Certamente non possiamo più trattare il pianeta come se fosse un nostro possedimento, una nostra proprietà, come se potessimo disporne a piacimento costruendo e distruggendo secondo il nostro interesse, secondo il nostro volere-potere.

Il nostro intervento sul mondo dev’essere più cauto, più attento alla complessità delle relazioni che sussistono tra noi e il mondo, più rispettoso dei limiti entro i quali ci è dato di esistere. Certo, trovare quell’equilibrio, oggi, è diventato più difficile perché sono aumentate la complessità delle interazioni e degli effetti da esse prodotti. Ma è proprio per questo che è necessario dotarsi di un nuovo sguardo, di una capacità di sentire l’urgenza del nuovo equilibrio tra uomo e natura- mondo come una necessità che non può non passare dal riconoscimento che un limite è stato superato.

Siamo nell’Antropocene e questo significa che possiamo vedere i segni che l’uomo ha lasciato sul pianeta, segni morfologici, climatologici e antropologici, che solo ora si mostrano con piena evidenza. E non sono segni solo e sempre positivi! Sono segni, però, che ci dicono che abbiamo una responsabilità per quello che facciamo. Abbiamo scoperto che solo ora, a distanza di secoli, siamo in grado di valutare le conseguenze del nostro agire. Questo dovrebbe insegnarci che ciò che oggi facciamo, il nostro odierno agire, potrà essere valutato solo nel lungo periodo, che avrà degli effetti sulle future generazioni.

Non possiamo più pensare di essere un corpo separato dalla natura: ci siamo Noi da una parte e dall’altra c’è la Natura. Soggetto e Oggetto. Questo modello non regge più, anche il pensiero scientifico contemporaneo l’ha ormai accertato. E’ come se oggi, solo oggi, noi scoprissimo la nostra co-appartenenza con la storia della terra! E’ come se scoprissimo che questa co-appartenenza implica una relazione sistemica fra noi e il pianeta e con tutto ciò che lo abita e che questa relazione è tutt’altro che uni-direzionale – da noi al pianeta, o viceversa. Si tratta di una doppia relazionalità nel rapporto uomo-mondo per cui la cura e l’attenzione per il mondo è anche una cura e un’attenzione per la specie.  

E’ con questa consapevolezza, con questo sapere che tracciamo un buon punto di partenza, indispensabile per poter continuare a sostare in questo mondo, prendendosene cura, restando umani, rientrando nei nostri limiti, che per troppo tempo abbiamo osato oltrepassare! Restiamo umani! che significa riprendiamoci la capacità camaleontica di adattarci al mutato panorama che l’ecosistema ci presenta, senza eccessive demonizzazioni e visioni catastrofiste dell’evoluzione ma anche senza eccessivi slanci ‘futuristi’ e ‘predatòri’.  E’ questa la condizione per un nuovo umanesimo, la nuova condizione per l’umanità.

Giuseppe de Bortoli

Foto di copertina di Ph. Michele Zavarise©

“I borghi” delle Grave di Ciano

Nell’accezione comune Borgo significa un quartiere di un centro abitato ma l’etimologia germanica ci riconduce al castello fortificato. In ogni caso il termine ci restituisce l’ambiente di una piccola comunità che vive una sua peculiare autonomia. Lungo la sponda destra del Piave e delle sue Grave, in Comune di Crocetta del Montello, ci imbattiamo in diverse località denominate borghi. La loro origine è antica e talvolta documentabile solo attraverso leggende tramandate per via orale.

Ci viene in aiuto don Girolamo Bortolato, parroco della Pieve di Ciano, che alla fine del ‘600 stese un poemetto dal titolo quanto mai singolare “Delle Antiche Rovine di Ciano”. Siamo nel periodo in cui l’aristocrazia europea si mette in viaggio (Grand Tour) da nord a sud sulle tracce del mondo classico. Don Girolamo non ha bisogno di mettersi in viaggio ma ricorre ai suoi studi classici per raccontarci che la sua Pieve sorge sulle rovine di civiltà del passato.

Veduta aerea dei Borghi – Ph. Matteo Moretto©

Allora iniziamo noi il nostro “tour ideale” partendo dalla borgata di Rivasecca. Il nome ci ricorda un luogo privo d’acqua. Quando l’acqua del Piave lascia l’antico alveo montebellunese e aggira il Montello risparmia questa zona; da qui il nome. In questa località troviamo la chiesetta di S. Nicolò, richiamo alla più nobile omonima di Belluno, dove nel giugno del 1492 si costituiva la confraternita degli Zattieri, ufficializzando la professione dei conduttori dl legname, e non solo, verso Venezia. L’antico e ormai decrepito maglio presuppone un approdo per riparazioni veloci alle zattere scese dalle tumultuose rapide dell’alto Piave.

La chiesa di San Nicolò a Rivasecca – Ph. Tiziano Biasi©
Antico maglio di Rivasecca – Ph. Tiziano Biasi©

Poco più avanti vi è il Borgo Belvedere, dal quale si comincia a dominare l’ampia radura delle Grave dove lo sguardo si rasserena. Continua il viaggio e ci troviamo in un luogo sopraelevato denominato Zoppalon, terrapieno sul Piave. Qui si fa strada la teoria secondo la quale l’antica via romana Claudia Augusta Altinate avesse un suo percorso sulla destra Piave, nel tratto Nervesa-Feltre.

Casa al Zoppalon – Ph. Franco Chiumento©
Case al Belvedere – Ph.Franco Chiumento©

Proseguiamo in direzione sud e ci appare il Borgo Botteselle, nome che gli deriva dagli antichi e attuali abitanti del luogo. Si intravedono tracce di un’antica signorilità in un vetusto edificio, già sede di un convento e nel sottoportico di accesso al borgo stesso.

Borgo Botteselle – Ph. Tiziano Biasi©
La fontana di Borgo Botteselle – Ph. Tiziano Biasi©

Dagli appunti di Danilo Carraro, risalenti agli anni ’70, si rileva che in una delle sue abitazioni, non meglio identificata, sarebbe conservato un frammento di bassorilievo con l’effigie di una quercia. Il rimando potrebbe essere al bosco Montello; in realtà si tratta dello stemma gentilizio dei Della Rovere. L’estensore di questa notizia racconta che la pietra proviene da una abitazione di Santa Mama, in dotazione a Zanetto d’Udine, Vescovo di Treviso, forte dell’amicizia con Francesco Della Rovere, futuro Papa Sisto IV.

Stemma dei Della Rovere al Borgo Botteselle – Ph. Tiziano Biasi©

Il Borgo dei Gildi, poco lontano, si rifà al nome di Ermenegildo, abitante di sicura fama, riscontrato in più generazioni.

Borgo Gildi – Ph. Tiziano Biasi©

Degno di maggior attenzione l’adiacente Borgo S. Urbano. Origina il suo nome dal capitello dedicato al Papa Urbano I (222-235 d. C.) protettore delle vigne. Nella facciata nord di una casa si trova un affresco con leone alato e libro aperto (simbolo di Venezia in pace) in atto di difesa al Monticello (Montello) che ricorda i Collalto, antichi proprietari del bosco e tre delfini, stemma della famiglia Dolfin. Un funzionario di questa famiglia veneziana era addetto al controllo del bosco e dell’attracco delle zattere. L’abitazione risale al periodo in cui Venezia consolidava il suo potere sul territorio, essendosi il Trevigiano consegnatosi alla sua giurisdizione.

Stemma della famiglia Dolfin su casa a Sant’Urbano – Ph. Tiziano Biasi©
Borgo Sant’Urbano – Ph. Tiziano Biasi©

Stiamo avvicinandoci al Borgo Santa Margherita, anticamente Prantighe (prati antichi), uno dei cinque comunelli (Condugol, Prantighe, Santa Mama, Busco e Rivasecca) ascritti al quartiere Oltre Cagnan del Comune di Treviso e che formavano la Pieve di Ciano. Ogni comunello, retto da un meriga, aveva la sua “regula” (identificazione catastale) come si rileva dalla Statuto di Treviso del 1314. La ricchezza di questi luoghi derivava dalle coltivazioni di cereali e dai numerosi mulini che erano qui insediati. Alcuni esempi: un mulino a Ciano era di proprietà dell’Abate di Vidor e altri dei notai Federico e Giovanni sempre da Vidor. Nel 1345 sono oltre quindici i mugnai di Condugol che vanno a Treviso a giurare sulle mani del Podestà che avrebbero osservato le norme in vigore sulla genuinità delle farine e il pagamento dei dazi.

Veduta di Borgo Santa Margherita – Ph. Matteo Moretto©

Il destino di Condugol (antico abitato di Ciano sul Piave) è purtroppo contrassegnato dalla sua rovinosa scomparsa, per effetto di una piena del Piave (1479-1480). Ci occuperemo di questo avvenimento in un prossimo futuro. In questo borgo esiste l’oratorio dedicato a Santa Margherita di Antiochia, martirizzata nel 275 d.C. avendo ella rifiutato di abbandonare la religione cristiana, alla quale era stata avviata dalla governante. Vi sono ricordi di questa antica località già nel 1281 e della costruzione della chiesetta nel 1582. Nel 1886 per ricordare lo scampato pericolo dall’epidemia di colera fu ricostruita ex novo (evidentemente aveva subito danni a seguito di inondazioni del Piave) ma, danneggiata ancora dalle granate della Grande Guerra, fu riaperta al culto nel maggio del 1928.

La chiesa di Santa Margherita – Ph. Tiziano Biasi©

Borgo Santa Mama. Le prime notizie storiche risalgono al 1170 quando il Conte di Collalto dette in dono la chiesetta all’Abate di Nervesa. Nel 1588 la chiesa risulta distrutta, probabilmente dalla stessa piena che travolse Condugol e il suo storico porto con passo barca viene trasferito più a nord nei pressi di Santa Margherita. La chiesa è dedicata a S. Mamerto, vescovo francese del V secolo, che aveva ripristinato le rogazioni contro le calamità naturali, in particolare contro l’assalto dei lupi.

La chiesa di Santa Mama – Ph. Franco Chiumento©

Lo dimostra anche il vicino Capitel dei Lovi, edificato verso il 1300 da un tale che, per invocazione del santo, fu salvato dagli animali inferociti. Gioverà ricordare che, al lato sinistro del capitello, esisteva un miliario, testimonianza della già citata strada romana Claudia Augusta. Il cippo è scomparso da epoca immemorabile e non sapremmo della sua esistenza e neppure della sua indecifrabile iscrizione se il buon prete di campagna (Don Bortolato) non ci avesse informati, a dir il vero in maniera subdola:


Fur ancor qui codeste lettre incise
Hic S. P. Q. T. C., e queste poi
T. R. A. V. C. G. pur da noi
Son ben intese, benché mal divise.


Lui lo sapeva bene, per noi e per i posteri rimarrà un mistero. Vi erano pure scolpiti un leone alato e un’aquila bicipite, che oggi interpretiamo, non senza qualche dubbio, come Venezia e Austria. Per tre passi di terreno attorno al capitello i banditi avevano zona franca dagli arresti, ma solo per tre giorni e quindi avevi salva la vita se le guardie perdevano la pazienza e se ne andavano.

Il Capitel dei Lovi – Ph. Matteo Moretto©

Oltre a queste fantastiche supposizioni, qui ci troviamo in un luogo avvolto in misteriose leggende che richiamano riti pagani. Alle pendici del Montello viveva in tempi antichi una donna di nobile e ricca famiglia, figlia di Mammas. Era considerata una divinità. Per passione e divertimento praticava la caccia nel bosco di querce, all’interno del quale era situata la residenza di famiglia. Quando morì il padre, fece erigere un altare e, ogni giorno, compiva cerimonie sacrificali in suo onore, invocando grazie per gli uomini e gli animali. Col passare degli anni questo luogo fu chiamato Santo Mamma, ricordando più il padre che la pia donna; divenne poi Santa Mama per assonanza al nome femminile. Mai potremo capire come da queste parti fosse giunta Ciane, una delle Naiadi di Siracusa, trasformata in fonte, quella stessa fonte che sgorga dalla grotta del Buoro. Resta il fatto che alla grotta del Buoro, ricca di acque, fino a pochi decenni orsono, accorrevano a dissetarsi puerpere e nutrici per ottenere latte abbondante.

Il Buoro di Ciano – Ph. Guido Andolfato©

Per restare nella leggenda il paese di Ciano si rifarebbe al greco Kyanòs, il colore azzurro-verde delle acque del Piave, nelle sue giornate migliori. A poco importa che Ciano possa considerarsi toponimo di ciglio, paese che sorge sulla sponda del fiume.

Questi sono i borghi delle Grave di Ciano. Oltre alla suggestione che generano al visitatore, dobbiamo constatare che la loro origine, narrata con dovizia di particolari nel poema ”Delle Antiche Rovine di Ciano” sono di grande interesse storico per la lenta e sicura sovrapposizione di civiltà.

Tiziano Biasi

Foto di copertina di Ph. Michele Zavarise©

Un “Click” per la salvezza

Chiediamo di bloccare i lavori di avanzamento per il progetto denominato “Casse di espansione per le piene del fiume Piave in corrispondenza delle Grave di Ciano” situate nel Comune di Crocetta del Montello.

Opera il cui costo complessivo è stato stimato in 55.3 milioni di euro e la cui fase progettuale è già stata finanziata fino al livello esecutivo per un importo di euro 1.651.700 con procedura di gara fissata per dicembre 2019. Le casse di espansione, come si evince dal progetto preliminare, prevedono lo scavo di un bacino di laminazione stimato in 35 milioni di metri cubi distribuiti su 555 ettari, e la costruzione di 13,5 km di muri in c.a. alti fino ad 8 metri delimitanti quattro vasche contigue.

Planimetria delle casse estratta dallo studio di fattibilità redatto dal Regione del Veneto

IL PROGETTO È OBSOLETO E DISTRUTTIVO

La direttiva europea 2000/60/CE “Direttiva Quadro sulle Acque” da alcuni anni ha introdotto un approccio diverso considerando come risolutivi gli interventi che riguardano l’intero corso di un fiume. L’applicazione di tale approccio sistematico per la risoluzione delle problematiche fluviali è già stato realizzato nelle regioni alpine confinanti. Lì si è dimostrata tutta la sua efficacia, ottenendo azioni di “rinaturazione” e di “rivitalizzazione” fluviale. In Austria, Germania, Svizzera, Trentino Alto Adige, le opere di protezione dalle piene sono integrate con la riqualificazione del paesaggio e tessono contemporaneamente le condizioni per il raggiungimento o il mantenimento del “buono stato ecologico“ del fiume, come prescritto dalla direttiva stessa.

L’esatto contrario di quanto il progetto citato andrebbe a compiere:

· la distruzione di un ambiente protetto a livello europeo da Rete Natura 2000 come Zona di Protezione Speciale (ZPS IT 3240023 Grave del Piave) e Zona Speciale di Conservazione(ZSC IT 3240030) per l’alto valore naturalistico e di biodiversità che lo contraddistingue, con la conseguente irreversibile perdita di flora e fauna preziosissime e di un paesaggio unico, naturalmente formatosi e già peraltro minacciato da interventi spesso non ispirati alla conservazione di un bene comune;

· la lacerazione dell’assetto socio-urbanistico dell’area prospiciente le Grave di Ciano,  caratterizzato dalla presenza degli storici borghi di Rivasecca, S. Nicolò, Belvedere, Gildi, Botteselle, S.Urbano, S. Margherita e Santa Mama. Questi primi nuclei abitativi sorti lungo le sponde del fiume, testimoni della intensa relazione tra i loro abitanti e il Piave, luoghi di attracco degli zattieri che approdavano ai piedi del Bosco Montello per trasportare poi il legname verso la Serenissima, vedrebbero drammaticamente reciso il loro millenario legame con il corso del fiume. Sarebbe così reso vano lo sforzo intrapreso negli anni recenti di recuperare i borghi rivieraschi per l’importante riqualificazione dell’area;

· la deturpazione del vasto e suggestivo paesaggio che dal Montello, attraverso le Grave, si protende verso le Prealpi. Un paesaggio che sarebbe perso per sempre e ciò in contrasto ad ogni attuale indicazione di tutela urbanistica;

· la profanazione della memoria storica. Indiscusso è l’alto valore storico dell’area a livello nazionale ed internazionale: teatro di azioni decisive della Prima Guerra Mondiale,  qui, tra Piave e Montello sono state condotte le valorose azioni degli Arditi e si è compiuto il sacrificio di migliaia di giovani vite.

Sarebbero così irreversibilmente disperse risorse fondamentali, irrinunciabili per la ripresa economica di un intero territorio, compromettendo nuove, importanti prospettive di sviluppo. Grazie alle valenze naturalistiche, paesaggistiche e storico-culturali, alla presenza di pregevoli opere artistiche e unitamente alla ricca offerta eno-gastronomica, quest’area potrebbe davvero essere un nodo focale di un sistema di turismo diffuso, sostenibile, capace di rivitalizzare l’economia in molteplici settori.

Peraltro essendo le Grave di Ciano e il Montello parti di un unico, complesso, delicato ecosistema geo-morfologico strettamente connesso, un intervento così impattante su di una parte del sistema potrebbe ingenerare un pericoloso squilibrio, con conseguenze difficili da prevedere per l’intera area.

Consapevoli e non certo insensibili alla necessità di garantire la sicurezza nel Basso Piave, chiediamo tuttavia si scelga l’approccio introdotto dalla Direttiva Quadro sulle Acque 2000/60/CE che mira a ricostituire il sistema integrale del fiume coniugando sicurezza idraulica e conservazione dell’ambiente.

Tutti noi firmatari ci sentiamo responsabili del nostro territorio, profondamente innervato nella storia e nell’identità collettiva della comunità, così unico dal punto di vista naturalistico, storico, culturale e per questo tanto prezioso. Per preservarlo non possiamo quindi esimerci dal lottare contro progetti così devastanti. E’ nostro dovere, anche verso le future generazioni.

SE NON LO HAI ANCORA FATTO, FIRMA LA PETIZIONE ON-LINE!

Foto di copertina di Ph. Michele Zavarise©

Green-blogger per natura

GraveCiano”. Tra Piave e Montello. Un Blog che parla delle Grave di Ciano.  Ma non bastava una pagina di Wikipedia? (Che peraltro non c’è). E poi, un comitato ambientalista che tiene un blog? Ma una volta gli ambientalisti non facevano manifestazioni? Adesso fanno anche I Blogger?  E vista l’ampia gamma di ‘blogger’,  in quale categoria  potrà mai rientrare un comitato?

 Il tema indurrebbe a ritenere si tratti di ‘green’ blogger.

Ciò, però, sarebbe riduttivo per la molteplicità di aspetti e di valori che contraddistinguono questa area . Non possiamo, quindi, che definirci  i blogger delle Grave di Ciano. I GraveCiano Blogger. Categoria unica! Come unico è davvero  il luogo di cui desideriamo parlare.

Ma perchè un blog? Un blog è un diario in cui si parla, si discute di uno o più argomenti e le Grave di Ciano, offrono una molteplicità di temi da analizzare. Sono semplicisticamente un luogo, un punto sulla cartina geografica, verrebbe da dire. Se ognuno di noi che sta leggendo in questo momento si chiedesse: “Cosa sono le Grave di Ciano per me?” Che risposte avremmo?

Qualcuno direbbe che le Grave sono sassi, qualcun altro potrebbe dire che sono alberi, altri che sono prati; per qualcuno invece questo è un luogo legato alla  memoria o alla guerra , ma le Grave sono anche lavoro e, per molti, casa.  In realtà le Grave di Ciano sono tutto questo e molto di più. Da qui la necessità di dedicare a questo luogo così poliedrico un blog, che non sia solo un diario di tanti argomenti ordinati cronologicamente, ma un viaggio là dove il Piave e il Montello si sfiorano accompagnandosi per un po’.

Un luogo, ma forse più un non luogo, intriso di storia, di tradizioni, di mestieri, di natura fragile e preziosissima sempre in pericolo, di paesaggi suggestivi, di fede, di testimonianze di uomini e donne, di ispirazione per poeti e artisti, di ricordi personali e collettivi. L’idea di tenere questo diario, nasce dal bisogno di condividere il valore oggettivo delle Grave di Ciano, esaminandone le diverse sfaccettature. Perchè le Grave di Ciano sono tutto tranne che un semplice punto sulla carta geografica.

Attraverso il viaggio virtuale che, con i nostri articoli, cercheremo di proporre, speriamo che le Grave siano finalmente conosciute per tutto ciò racchiudono, perchè ognuno di noi possa trovare in esse qualcosa di se stesso, delle proprie radici. Non importa se si pensa di conoscere già quello di cui stiamo parlando, se si vive da una vita nelle Grave o se non le si è mai viste.

Noi siamo certi che, insieme, scopriremo qualcosa di nuovo, un aspetto mai visto o  considerato prima. Siamo certi che insieme ne comprenderemo la bellezza, l’unicità, la complessità di valori che esse racchiudono e che le rendono un patrimonio comune prezioso da conservare per il futuro.

Buona lettura, quindi.  Buon Viaggio!!!

Foto di copertina di Ph. Guido Andolfato©

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