Traiettorie invisibili

Migrazioni anfibie tra Montello e Piave

Avete mai provato a immaginare di guardare da una prospettiva diversa ciò che vi circonda? Per riuscirci è necessaria un bel po’ di concentrazione, tanto siamo abituati alla nostra personale visione del mondo. Ma ne vale la pena. A volte, cambiando semplicemente punto di vista, scoperte inaspettate arrivano a meravigliarci.

La strada Panoramica è un nastro di asfalto che si srotola lungo il versante settentrionale del Montello. Come suggerisce il nome stesso, chi la percorre può godere di una visione d’insieme del paesaggio in cui è immersa. Da un lato, le scarpate ascendenti del colle, un alternarsi di lembi di bosco e prati interrotti dalle “prese”, le vie di collegamento che partono dalla strada Dorsale. Dall’altro, le scarpate discendenti che portano alla Piave e, sullo sfondo, un cenno di Prealpi. Da entrambi i lati, qua e là, abitazioni.

Proviamo ora a cambiare punto di vista. Immaginiamo per un attimo di poter guardare lo stesso paesaggio dall’alto, a volo d’uccello. Probabilmente da quella prospettiva a dominare il nostro panorama ci sarebbero elementi diversi. Sarebbe improbabile descrivere una scarpata ascendente e una discendente che costeggiano una strada. Ad attirare l’attenzione sarebbe invece un mosaico di boschi, agglomerati rocciosi, prati, e campi coltivati che si avvicinano alla Piave. Il fiume ci apparirebbe come un complesso dedalo di rivoli d’acqua disegnati sulla ghiaia, che si uniscono in un ramo principale. Potremmo distinguere la presenza di un canale d’acqua rettilineo che corre parallelo alla strada Panoramica, il canale “Castelviero-Della Vittoria” di proprietà dell’ENEL. E tra il canale e l’intreccio d’acque della Piave, farebbe capolino un ambiente selvaggio, quello delle grave, un alternarsi di prati steppici, boschi ripari radi e pozze temporanee.

Buoro Vecio nelle Grave di Ciano. Tipica zona umida frequentata dalla rana di Lataste (Rana latastei) – Foto di Ph Enrico Romanazzi©

E ora, un altro esercizio. Usiamo ancora l’immaginazione e proviamo a tracciare su questa veduta d’insieme dall’alto, una miriade di linee. Le linee partono da punti diversi del mosaico di boschi e prati sul Montello. Tagliano perpendicolarmente la strada Panoramica e il canale artificiale per fermarsi negli ambienti umidi alla base del colle e lungo il greto della Piave: raccolte d’acqua effimere o permanenti, pozze e piccoli stagni.

Quelle linee sono le traiettorie invisibili percorse da diverse specie di anfibi. Si tratta di una vera e propria migrazione, un fenomeno spettacolare che si ripete ogni anno, tra la fine dell’inverno fino a primavera inoltrata. Migliaia di animali si spostano dai siti di svernamento per raggiungere quelli dove possono accoppiarsi e riprodursi. Un viaggio di andata e ritorno, necessario alla sopravvivenza delle specie.

Non tutte le undici specie di anfibi presenti sul Montello intraprendono questa migrazione verso le zone umide situate nelle grave e in direzione della Piave, al di là della strada Panoramica. I grandi protagonisti, capaci di percorrere anche distanze importanti, sono la rana di Lataste (Rana latastei), una specie endemica della pianura padana, il rospo comune (Bufo bufo) e la rana dalmatina (Rana dalmatina). Piccoli spostamenti sono compiuti anche dai tritoni, in particolare il tritone punteggiato (Lissotriton vulgaris) e il tritone crestato italiano (Triturus carnifex). Quando la primavera si avvicina si mettono in viaggio la raganella italiana (Hyla intermedia), il rospo smeraldino (Bufo viridis) e la rana verde (Pelophylax synkl. esculentus). Ogni specie si dirige verso il tipo di raccolta d’acqua che predilige, più o meno profondo, all’ombra o più esposto alla luce diretta del sole, stabile o effimero. Anche il tempo di permanenza nei siti riproduttivi varia a seconda delle specie e anche del sesso dell’animale: le femmine di solito sono le prime a fare ritorno nei diversi ambienti che connotano il Montello.
Gli anfibi sono protagonisti di un pendolarismo stagionale che sfugge alla nostra attenzione, fino a quando non incrociamo le loro invisibili traiettorie.

Coppia di rospo comune (Bufo bufo) in migrazione – Foto dall’archivio di SOS Anfibi©

Ultimo cambio di prospettiva. Torniamo alla strada Panoramica e questa volta proviamo a guardarla dal punto di vista di un piccolo anfibio, raso terra. Quel nastro di asfalto che si srotola davanti a lui è un forte elemento di disturbo che modifica e frammenta l’ecosistema in cui vive. Oltrepassarlo è però necessario, perché gli anfibi tornano nel luogo in cui sono nati per riprodursi, guidati dall’istinto. Questa tendenza si chiama filopatria. I siti verso cui sono diretti presentano le condizioni ambientali adatte alla riproduzione. Non ci sono alternative. Attraversare la strada Panoramica è una missione davvero difficile da portare a termine per un anfibio. Ci si avventura in un ambiente esposto e inospitale. La mortalità diretta causata dall’investimento da parte dei veicoli di passaggio è praticamente inevitabile. Infatti, nel periodo riproduttivo gli anfibi si mettono in viaggio all’imbrunire, proprio in coincidenza con l’orario di maggior traffico stradale, quando le persone rientrano a casa dopo una giornata trascorsa al lavoro. E se anche riuscisse ad attraversare incolume la strada, quell’anfibio si troverebbe davanti un’altra barriera insormontabile, il canale artificiale “Castelviero-Della Vittoria”, con le sue scivolose pareti di cemento e una corrente molto forte, e altri manufatti (canalette e tombini) in cui rischierebbe di rimanere intrappolato.

Femmina di rospo comune (Bufo bufo) col maschio sul dorso tenta l’attraversamento del pericoloso “nastro d’asfalto” – PhGiovanni Morao©

Road ecology è il nome di una disciplina nata da poco più di vent’anni per studiare gli impatti delle strade e altre infrastrutture sugli ecosistemi e sulla fauna selvatica. Inquinamento, forme di disturbo (ad esempio il rumore e l’illuminazione artificiale) e frammentazione ambientale ne sono degli esempi. La mortalità stradale è però tra gli impatti, la forma più evidente. E sulla strada Panoramica, gli anfibi che compiono migrazioni sono tra le specie più colpite.

Volontari di SOS Anfibi all’opera per la posa delle reti lungo la strada Panoramica – Foto dall’archivio di SOS Anfibi©

È grazie all’azione dei volontari di SOS Anfibi che ogni anno migliaia di rospi e rane riescono a compiere in sicurezza il loro viaggio di andata e ritorno verso i siti di riproduzione. Più di tre chilometri di reti vengono posizionate ai margini della strada Panoramica, per impedire agli anfibi di riversarsi sull’asfalto. Quando inizia la migrazione, ogni sera i volontari pattugliano la strada e perlustrano le reti per raccogliere gli animali e condurli al sicuro verso le zone umide.
È un lavoro intenso e faticoso, che si protrae di media per un mese e mezzo, fino a quando la migrazione ha termine. Ogni anno in quel periodo vengono “salvati” dalla strada tra Montello e Piave più di 7000 anfibi!

Femmina di rana di Lataste (Rana latastei) bloccata dalle reti anti-attraversamento – Foto dall’archivio di SOS Anfibi©

L’attività di salvataggio compiuta dai volontari viene definita dagli esperti una forma di conservazione attiva. Ma una migrazione così spettacolare, per numero di esemplari e specie di anfibi coinvolti, non può dipendere da soluzioni temporanee, ha bisogno di opere durature che pongano rimedio alla presenza della strada, come gli attraversamenti per la fauna (sottopassi o ponti faunistici). Infatti, una forma di tutela efficace assicura a questi animali selvatici la possibilità di muoversi liberamente e in sicurezza negli ambienti in cui vivono, lungo le traiettorie invisibili della migrazione tra il Montello e la Piave.

Osservare ciò che ci circonda da un’altra prospettiva, spostare il punto di vista, fare proprio lo sguardo di un altro, immedesimarsi.

Un esercizio che forse potremmo fare più spesso.

A cura di SOS Anfibi ODV

Foto di Copertina di Ph Giovanni Morao©

Ripensare il nostro rapporto con la natura-mondo.

Ricercare una nuova visione della natura e dell’uomo

“Molte potenze sono tremende ma nessuna lo è più dell’uomo”

Sofocle, Antigone, Primo Stasimo, Einaudi (traduzione di M. Cacciari)

“Il tremendo di cui l’uomo è capace è di dimenticarsi del divino, del limite!”

(M. Cacciari, introduzione a Antigone, cit. )

Dimenticarsi del limite, del finito, della finitudine significa acquisire quel senso di onnipotenza che ti fa pensare di poter agire senza porti il problema di quale limite porre al tuo agire!

A quali condizioni gli uomini potranno continuare ad abitare la terra? Abbiamo preso atto che il nostro intervenire sul pianeta non può non comportare l’intervento del pianeta su di noi! E’ per questo che bisognerà continuare a parlare di quale o quali sono le condizioni alle quali gli uomini (e non l’Uomo!)  potranno continuare ad abitare la terra.

Oggi sappiamo che abbiamo bisogno di un nuovo rapporto: da dominatori, da indiscussi padroni onnipotenti come ci siamo sentiti per tanti secoli, dobbiamo diventare semplici servi, nel senso di essere capaci di metterci al servizio di quella difficile, complessa, relazione che ci impegna a ricercare un nuovo equilibrio nell’ecosistema di cui siamo una parte, non il tutto! Certamente non possiamo più trattare il pianeta come se fosse un nostro possedimento, una nostra proprietà, come se potessimo disporne a piacimento costruendo e distruggendo secondo il nostro interesse, secondo il nostro volere-potere.

Il nostro intervento sul mondo dev’essere più cauto, più attento alla complessità delle relazioni che sussistono tra noi e il mondo, più rispettoso dei limiti entro i quali ci è dato di esistere. Certo, trovare quell’equilibrio, oggi, è diventato più difficile perché sono aumentate la complessità delle interazioni e degli effetti da esse prodotti. Ma è proprio per questo che è necessario dotarsi di un nuovo sguardo, di una capacità di sentire l’urgenza del nuovo equilibrio tra uomo e natura- mondo come una necessità che non può non passare dal riconoscimento che un limite è stato superato.

Siamo nell’Antropocene e questo significa che possiamo vedere i segni che l’uomo ha lasciato sul pianeta, segni morfologici, climatologici e antropologici, che solo ora si mostrano con piena evidenza. E non sono segni solo e sempre positivi! Sono segni, però, che ci dicono che abbiamo una responsabilità per quello che facciamo. Abbiamo scoperto che solo ora, a distanza di secoli, siamo in grado di valutare le conseguenze del nostro agire. Questo dovrebbe insegnarci che ciò che oggi facciamo, il nostro odierno agire, potrà essere valutato solo nel lungo periodo, che avrà degli effetti sulle future generazioni.

Non possiamo più pensare di essere un corpo separato dalla natura: ci siamo Noi da una parte e dall’altra c’è la Natura. Soggetto e Oggetto. Questo modello non regge più, anche il pensiero scientifico contemporaneo l’ha ormai accertato. E’ come se oggi, solo oggi, noi scoprissimo la nostra co-appartenenza con la storia della terra! E’ come se scoprissimo che questa co-appartenenza implica una relazione sistemica fra noi e il pianeta e con tutto ciò che lo abita e che questa relazione è tutt’altro che uni-direzionale – da noi al pianeta, o viceversa. Si tratta di una doppia relazionalità nel rapporto uomo-mondo per cui la cura e l’attenzione per il mondo è anche una cura e un’attenzione per la specie.  

E’ con questa consapevolezza, con questo sapere che tracciamo un buon punto di partenza, indispensabile per poter continuare a sostare in questo mondo, prendendosene cura, restando umani, rientrando nei nostri limiti, che per troppo tempo abbiamo osato oltrepassare! Restiamo umani! che significa riprendiamoci la capacità camaleontica di adattarci al mutato panorama che l’ecosistema ci presenta, senza eccessive demonizzazioni e visioni catastrofiste dell’evoluzione ma anche senza eccessivi slanci ‘futuristi’ e ‘predatòri’.  E’ questa la condizione per un nuovo umanesimo, la nuova condizione per l’umanità.

Giuseppe de Bortoli

Foto di copertina di Ph. Michele Zavarise©

“I borghi” delle Grave di Ciano

Nell’accezione comune Borgo significa un quartiere di un centro abitato ma l’etimologia germanica ci riconduce al castello fortificato. In ogni caso il termine ci restituisce l’ambiente di una piccola comunità che vive una sua peculiare autonomia. Lungo la sponda destra del Piave e delle sue Grave, in Comune di Crocetta del Montello, ci imbattiamo in diverse località denominate borghi. La loro origine è antica e talvolta documentabile solo attraverso leggende tramandate per via orale.

Ci viene in aiuto don Girolamo Bortolato, parroco della Pieve di Ciano, che alla fine del ‘600 stese un poemetto dal titolo quanto mai singolare “Delle Antiche Rovine di Ciano”. Siamo nel periodo in cui l’aristocrazia europea si mette in viaggio (Grand Tour) da nord a sud sulle tracce del mondo classico. Don Girolamo non ha bisogno di mettersi in viaggio ma ricorre ai suoi studi classici per raccontarci che la sua Pieve sorge sulle rovine di civiltà del passato.

Veduta aerea dei Borghi – Ph. Matteo Moretto©

Allora iniziamo noi il nostro “tour ideale” partendo dalla borgata di Rivasecca. Il nome ci ricorda un luogo privo d’acqua. Quando l’acqua del Piave lascia l’antico alveo montebellunese e aggira il Montello risparmia questa zona; da qui il nome. In questa località troviamo la chiesetta di S. Nicolò, richiamo alla più nobile omonima di Belluno, dove nel giugno del 1492 si costituiva la confraternita degli Zattieri, ufficializzando la professione dei conduttori dl legname, e non solo, verso Venezia. L’antico e ormai decrepito maglio presuppone un approdo per riparazioni veloci alle zattere scese dalle tumultuose rapide dell’alto Piave.

La chiesa di San Nicolò a Rivasecca – Ph. Tiziano Biasi©
Antico maglio di Rivasecca – Ph. Tiziano Biasi©

Poco più avanti vi è il Borgo Belvedere, dal quale si comincia a dominare l’ampia radura delle Grave dove lo sguardo si rasserena. Continua il viaggio e ci troviamo in un luogo sopraelevato denominato Zoppalon, terrapieno sul Piave. Qui si fa strada la teoria secondo la quale l’antica via romana Claudia Augusta Altinate avesse un suo percorso sulla destra Piave, nel tratto Nervesa-Feltre.

Casa al Zoppalon – Ph. Franco Chiumento©
Case al Belvedere – Ph.Franco Chiumento©

Proseguiamo in direzione sud e ci appare il Borgo Botteselle, nome che gli deriva dagli antichi e attuali abitanti del luogo. Si intravedono tracce di un’antica signorilità in un vetusto edificio, già sede di un convento e nel sottoportico di accesso al borgo stesso.

Borgo Botteselle – Ph. Tiziano Biasi©
La fontana di Borgo Botteselle – Ph. Tiziano Biasi©

Dagli appunti di Danilo Carraro, risalenti agli anni ’70, si rileva che in una delle sue abitazioni, non meglio identificata, sarebbe conservato un frammento di bassorilievo con l’effigie di una quercia. Il rimando potrebbe essere al bosco Montello; in realtà si tratta dello stemma gentilizio dei Della Rovere. L’estensore di questa notizia racconta che la pietra proviene da una abitazione di Santa Mama, in dotazione a Zanetto d’Udine, Vescovo di Treviso, forte dell’amicizia con Francesco Della Rovere, futuro Papa Sisto IV.

Stemma dei Della Rovere al Borgo Botteselle – Ph. Tiziano Biasi©

Il Borgo dei Gildi, poco lontano, si rifà al nome di Ermenegildo, abitante di sicura fama, riscontrato in più generazioni.

Borgo Gildi – Ph. Tiziano Biasi©

Degno di maggior attenzione l’adiacente Borgo S. Urbano. Origina il suo nome dal capitello dedicato al Papa Urbano I (222-235 d. C.) protettore delle vigne. Nella facciata nord di una casa si trova un affresco con leone alato e libro aperto (simbolo di Venezia in pace) in atto di difesa al Monticello (Montello) che ricorda i Collalto, antichi proprietari del bosco e tre delfini, stemma della famiglia Dolfin. Un funzionario di questa famiglia veneziana era addetto al controllo del bosco e dell’attracco delle zattere. L’abitazione risale al periodo in cui Venezia consolidava il suo potere sul territorio, essendosi il Trevigiano consegnatosi alla sua giurisdizione.

Stemma della famiglia Dolfin su casa a Sant’Urbano – Ph. Tiziano Biasi©
Borgo Sant’Urbano – Ph. Tiziano Biasi©

Stiamo avvicinandoci al Borgo Santa Margherita, anticamente Prantighe (prati antichi), uno dei cinque comunelli (Condugol, Prantighe, Santa Mama, Busco e Rivasecca) ascritti al quartiere Oltre Cagnan del Comune di Treviso e che formavano la Pieve di Ciano. Ogni comunello, retto da un meriga, aveva la sua “regula” (identificazione catastale) come si rileva dalla Statuto di Treviso del 1314. La ricchezza di questi luoghi derivava dalle coltivazioni di cereali e dai numerosi mulini che erano qui insediati. Alcuni esempi: un mulino a Ciano era di proprietà dell’Abate di Vidor e altri dei notai Federico e Giovanni sempre da Vidor. Nel 1345 sono oltre quindici i mugnai di Condugol che vanno a Treviso a giurare sulle mani del Podestà che avrebbero osservato le norme in vigore sulla genuinità delle farine e il pagamento dei dazi.

Veduta di Borgo Santa Margherita – Ph. Matteo Moretto©

Il destino di Condugol (antico abitato di Ciano sul Piave) è purtroppo contrassegnato dalla sua rovinosa scomparsa, per effetto di una piena del Piave (1479-1480). Ci occuperemo di questo avvenimento in un prossimo futuro. In questo borgo esiste l’oratorio dedicato a Santa Margherita di Antiochia, martirizzata nel 275 d.C. avendo ella rifiutato di abbandonare la religione cristiana, alla quale era stata avviata dalla governante. Vi sono ricordi di questa antica località già nel 1281 e della costruzione della chiesetta nel 1582. Nel 1886 per ricordare lo scampato pericolo dall’epidemia di colera fu ricostruita ex novo (evidentemente aveva subito danni a seguito di inondazioni del Piave) ma, danneggiata ancora dalle granate della Grande Guerra, fu riaperta al culto nel maggio del 1928.

La chiesa di Santa Margherita – Ph. Tiziano Biasi©

Borgo Santa Mama. Le prime notizie storiche risalgono al 1170 quando il Conte di Collalto dette in dono la chiesetta all’Abate di Nervesa. Nel 1588 la chiesa risulta distrutta, probabilmente dalla stessa piena che travolse Condugol e il suo storico porto con passo barca viene trasferito più a nord nei pressi di Santa Margherita. La chiesa è dedicata a S. Mamerto, vescovo francese del V secolo, che aveva ripristinato le rogazioni contro le calamità naturali, in particolare contro l’assalto dei lupi.

La chiesa di Santa Mama – Ph. Franco Chiumento©

Lo dimostra anche il vicino Capitel dei Lovi, edificato verso il 1300 da un tale che, per invocazione del santo, fu salvato dagli animali inferociti. Gioverà ricordare che, al lato sinistro del capitello, esisteva un miliario, testimonianza della già citata strada romana Claudia Augusta. Il cippo è scomparso da epoca immemorabile e non sapremmo della sua esistenza e neppure della sua indecifrabile iscrizione se il buon prete di campagna (Don Bortolato) non ci avesse informati, a dir il vero in maniera subdola:


Fur ancor qui codeste lettre incise
Hic S. P. Q. T. C., e queste poi
T. R. A. V. C. G. pur da noi
Son ben intese, benché mal divise.


Lui lo sapeva bene, per noi e per i posteri rimarrà un mistero. Vi erano pure scolpiti un leone alato e un’aquila bicipite, che oggi interpretiamo, non senza qualche dubbio, come Venezia e Austria. Per tre passi di terreno attorno al capitello i banditi avevano zona franca dagli arresti, ma solo per tre giorni e quindi avevi salva la vita se le guardie perdevano la pazienza e se ne andavano.

Il Capitel dei Lovi – Ph. Matteo Moretto©

Oltre a queste fantastiche supposizioni, qui ci troviamo in un luogo avvolto in misteriose leggende che richiamano riti pagani. Alle pendici del Montello viveva in tempi antichi una donna di nobile e ricca famiglia, figlia di Mammas. Era considerata una divinità. Per passione e divertimento praticava la caccia nel bosco di querce, all’interno del quale era situata la residenza di famiglia. Quando morì il padre, fece erigere un altare e, ogni giorno, compiva cerimonie sacrificali in suo onore, invocando grazie per gli uomini e gli animali. Col passare degli anni questo luogo fu chiamato Santo Mamma, ricordando più il padre che la pia donna; divenne poi Santa Mama per assonanza al nome femminile. Mai potremo capire come da queste parti fosse giunta Ciane, una delle Naiadi di Siracusa, trasformata in fonte, quella stessa fonte che sgorga dalla grotta del Buoro. Resta il fatto che alla grotta del Buoro, ricca di acque, fino a pochi decenni orsono, accorrevano a dissetarsi puerpere e nutrici per ottenere latte abbondante.

Il Buoro di Ciano – Ph. Guido Andolfato©

Per restare nella leggenda il paese di Ciano si rifarebbe al greco Kyanòs, il colore azzurro-verde delle acque del Piave, nelle sue giornate migliori. A poco importa che Ciano possa considerarsi toponimo di ciglio, paese che sorge sulla sponda del fiume.

Questi sono i borghi delle Grave di Ciano. Oltre alla suggestione che generano al visitatore, dobbiamo constatare che la loro origine, narrata con dovizia di particolari nel poema ”Delle Antiche Rovine di Ciano” sono di grande interesse storico per la lenta e sicura sovrapposizione di civiltà.

Tiziano Biasi

Foto di copertina di Ph. Michele Zavarise©

Un “Click” per la salvezza

Chiediamo di bloccare i lavori di avanzamento per il progetto denominato “Casse di espansione per le piene del fiume Piave in corrispondenza delle Grave di Ciano” situate nel Comune di Crocetta del Montello.

Opera il cui costo complessivo è stato stimato in 55.3 milioni di euro e la cui fase progettuale è già stata finanziata fino al livello esecutivo per un importo di euro 1.651.700 con procedura di gara fissata per dicembre 2019. Le casse di espansione, come si evince dal progetto preliminare, prevedono lo scavo di un bacino di laminazione stimato in 35 milioni di metri cubi distribuiti su 555 ettari, e la costruzione di 13,5 km di muri in c.a. alti fino ad 8 metri delimitanti quattro vasche contigue.

Planimetria delle casse estratta dallo studio di fattibilità redatto dal Regione del Veneto

IL PROGETTO È OBSOLETO E DISTRUTTIVO

La direttiva europea 2000/60/CE “Direttiva Quadro sulle Acque” da alcuni anni ha introdotto un approccio diverso considerando come risolutivi gli interventi che riguardano l’intero corso di un fiume. L’applicazione di tale approccio sistematico per la risoluzione delle problematiche fluviali è già stato realizzato nelle regioni alpine confinanti. Lì si è dimostrata tutta la sua efficacia, ottenendo azioni di “rinaturazione” e di “rivitalizzazione” fluviale. In Austria, Germania, Svizzera, Trentino Alto Adige, le opere di protezione dalle piene sono integrate con la riqualificazione del paesaggio e tessono contemporaneamente le condizioni per il raggiungimento o il mantenimento del “buono stato ecologico“ del fiume, come prescritto dalla direttiva stessa.

L’esatto contrario di quanto il progetto citato andrebbe a compiere:

· la distruzione di un ambiente protetto a livello europeo da Rete Natura 2000 come Zona di Protezione Speciale (ZPS IT 3240023 Grave del Piave) e Zona Speciale di Conservazione(ZSC IT 3240030) per l’alto valore naturalistico e di biodiversità che lo contraddistingue, con la conseguente irreversibile perdita di flora e fauna preziosissime e di un paesaggio unico, naturalmente formatosi e già peraltro minacciato da interventi spesso non ispirati alla conservazione di un bene comune;

· la lacerazione dell’assetto socio-urbanistico dell’area prospiciente le Grave di Ciano,  caratterizzato dalla presenza degli storici borghi di Rivasecca, S. Nicolò, Belvedere, Gildi, Botteselle, S.Urbano, S. Margherita e Santa Mama. Questi primi nuclei abitativi sorti lungo le sponde del fiume, testimoni della intensa relazione tra i loro abitanti e il Piave, luoghi di attracco degli zattieri che approdavano ai piedi del Bosco Montello per trasportare poi il legname verso la Serenissima, vedrebbero drammaticamente reciso il loro millenario legame con il corso del fiume. Sarebbe così reso vano lo sforzo intrapreso negli anni recenti di recuperare i borghi rivieraschi per l’importante riqualificazione dell’area;

· la deturpazione del vasto e suggestivo paesaggio che dal Montello, attraverso le Grave, si protende verso le Prealpi. Un paesaggio che sarebbe perso per sempre e ciò in contrasto ad ogni attuale indicazione di tutela urbanistica;

· la profanazione della memoria storica. Indiscusso è l’alto valore storico dell’area a livello nazionale ed internazionale: teatro di azioni decisive della Prima Guerra Mondiale,  qui, tra Piave e Montello sono state condotte le valorose azioni degli Arditi e si è compiuto il sacrificio di migliaia di giovani vite.

Sarebbero così irreversibilmente disperse risorse fondamentali, irrinunciabili per la ripresa economica di un intero territorio, compromettendo nuove, importanti prospettive di sviluppo. Grazie alle valenze naturalistiche, paesaggistiche e storico-culturali, alla presenza di pregevoli opere artistiche e unitamente alla ricca offerta eno-gastronomica, quest’area potrebbe davvero essere un nodo focale di un sistema di turismo diffuso, sostenibile, capace di rivitalizzare l’economia in molteplici settori.

Peraltro essendo le Grave di Ciano e il Montello parti di un unico, complesso, delicato ecosistema geo-morfologico strettamente connesso, un intervento così impattante su di una parte del sistema potrebbe ingenerare un pericoloso squilibrio, con conseguenze difficili da prevedere per l’intera area.

Consapevoli e non certo insensibili alla necessità di garantire la sicurezza nel Basso Piave, chiediamo tuttavia si scelga l’approccio introdotto dalla Direttiva Quadro sulle Acque 2000/60/CE che mira a ricostituire il sistema integrale del fiume coniugando sicurezza idraulica e conservazione dell’ambiente.

Tutti noi firmatari ci sentiamo responsabili del nostro territorio, profondamente innervato nella storia e nell’identità collettiva della comunità, così unico dal punto di vista naturalistico, storico, culturale e per questo tanto prezioso. Per preservarlo non possiamo quindi esimerci dal lottare contro progetti così devastanti. E’ nostro dovere, anche verso le future generazioni.

SE NON LO HAI ANCORA FATTO, FIRMA LA PETIZIONE ON-LINE!

Foto di copertina di Ph. Michele Zavarise©

Green-blogger per natura

GraveCiano”. Tra Piave e Montello. Un Blog che parla delle Grave di Ciano.  Ma non bastava una pagina di Wikipedia? (Che peraltro non c’è). E poi, un comitato ambientalista che tiene un blog? Ma una volta gli ambientalisti non facevano manifestazioni? Adesso fanno anche I Blogger?  E vista l’ampia gamma di ‘blogger’,  in quale categoria  potrà mai rientrare un comitato?

 Il tema indurrebbe a ritenere si tratti di ‘green’ blogger.

Ciò, però, sarebbe riduttivo per la molteplicità di aspetti e di valori che contraddistinguono questa area . Non possiamo, quindi, che definirci  i blogger delle Grave di Ciano. I GraveCiano Blogger. Categoria unica! Come unico è davvero  il luogo di cui desideriamo parlare.

Ma perchè un blog? Un blog è un diario in cui si parla, si discute di uno o più argomenti e le Grave di Ciano, offrono una molteplicità di temi da analizzare. Sono semplicisticamente un luogo, un punto sulla cartina geografica, verrebbe da dire. Se ognuno di noi che sta leggendo in questo momento si chiedesse: “Cosa sono le Grave di Ciano per me?” Che risposte avremmo?

Qualcuno direbbe che le Grave sono sassi, qualcun altro potrebbe dire che sono alberi, altri che sono prati; per qualcuno invece questo è un luogo legato alla  memoria o alla guerra , ma le Grave sono anche lavoro e, per molti, casa.  In realtà le Grave di Ciano sono tutto questo e molto di più. Da qui la necessità di dedicare a questo luogo così poliedrico un blog, che non sia solo un diario di tanti argomenti ordinati cronologicamente, ma un viaggio là dove il Piave e il Montello si sfiorano accompagnandosi per un po’.

Un luogo, ma forse più un non luogo, intriso di storia, di tradizioni, di mestieri, di natura fragile e preziosissima sempre in pericolo, di paesaggi suggestivi, di fede, di testimonianze di uomini e donne, di ispirazione per poeti e artisti, di ricordi personali e collettivi. L’idea di tenere questo diario, nasce dal bisogno di condividere il valore oggettivo delle Grave di Ciano, esaminandone le diverse sfaccettature. Perchè le Grave di Ciano sono tutto tranne che un semplice punto sulla carta geografica.

Attraverso il viaggio virtuale che, con i nostri articoli, cercheremo di proporre, speriamo che le Grave siano finalmente conosciute per tutto ciò racchiudono, perchè ognuno di noi possa trovare in esse qualcosa di se stesso, delle proprie radici. Non importa se si pensa di conoscere già quello di cui stiamo parlando, se si vive da una vita nelle Grave o se non le si è mai viste.

Noi siamo certi che, insieme, scopriremo qualcosa di nuovo, un aspetto mai visto o  considerato prima. Siamo certi che insieme ne comprenderemo la bellezza, l’unicità, la complessità di valori che esse racchiudono e che le rendono un patrimonio comune prezioso da conservare per il futuro.

Buona lettura, quindi.  Buon Viaggio!!!

Foto di copertina di Ph. Guido Andolfato©

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