Animalia

Animalia, dicesi “regno” nella classificazione scientifica, con più di 1.800.000 specie di organismi in continua evoluzione, una ricchezza biologica in costante crescita e con il numero delle specie ancora sconosciute che probabilmente è 40 volte superiore a quelle finora classificate.

Il nostro pianeta quindi, considerandone la ricchezza naturale, resta in gran parte ancora un gran meraviglioso mistero…

Un pianeta pregno di forme di vita, ma che allo stesso tempo vive una situazione drammatica, con un tasso di estinzione dovuto alle attività umane di 1.000 volte superiore a quello di estinzione naturale basti pensare alle popolazioni di vertebrati diminuite di un terzo negli ultimi quarant’anni e le circa 5500 specie animali a rischio scomparsa…

Questo basta a farci capire come l’uomo da solo sia stato capace di dare il via ad una nuova era, dove l’estinzione delle specie e’ superiore a quella che il pianeta Terra ha vissuto negli ultimi 65 milioni di anni messi insieme: “l’Antropocene“, parola coniata dal premio Nobel olandese Crutzen, letteralmente “l’era dell’uomo”, ossia la  fase terrestre odierna caratterizzata dal peso dell’Homo Sapiens sull’ecosistema globale, tenendo conto soprattutto dei cambiamenti climatici, dello sfruttamento ed erosione del suolo, dell’implacabile riscaldamento degli oceani e, come detto poco fa, dell’estinzione di numerose specie… E’ questo il fardello generato delle attività antropiche, schiacciante, evidente.

Per avvicinarci man mano a discutere della ricchezza faunistica delle nostre amate Grave di Ciano dobbiamo prima fare un’ulteriore sosta, breve ma significativa, per capire i numeri del nostro patrimonio faunistico nazionale, che, seppur in contrazione, ancora si attesta su valori straordinariamente “spaventosi”, con circa il 70% del patrimonio di biodiversità  europeo presente nel Belpaese. Dati eccezionali considerando i nostri poco più di 300.000 km quadrati, che sono in certe zone altamente antropizzati ed a cui sommiamo i record negativi di certe regioni, prima fra tutte il Veneto. La nostra Regione porta al collo la triste e pesante medaglia da prima classificata tra  quelle europee per sfruttamento del suolo (12% contro un 5-6% della media europea).

Ramarro Occidentale (Lacerta bilineata) – Ph Andrea Serena©

In base alla Check List italiana elaborata dal Ministero dell’Ambiente, il nostro Paese ospita 57.468 specie animali, di cui 4.777 (8,6%) si possono considerare endemiche, ossia esclusive del nostro paese; numeri importanti che vengono quotidianamente aggiornati in negativo. Ad esempio, il 50% delle specie di vertebrati presenti in Italia sono minacciate d’estinzione, tra cui il 20% delle specie di Mammiferi, che vivono in uno stato di conservazione sfavorevole.

Va addirittura peggio ai pesci, con 80% delle specie minacciate. Il  64% delle specie di Anfibi invece sono considerate in cattivo o inadeguato stato di conservazione; ancora, il 25% delle specie di uccelli sono in pericolo ed il 19% delle specie di rettili vedono la loro estinzione avvicinarsi lenta ma inesorabile..

E quali sono a casa nostra le specie animali che ancora resistono contro tutto e contro tutti? Quali gli esseri che impreziosiscono la nostra terra, regalandoci momenti impagabili non acquistabili neanche qui, nella patria degli “schei“?

…Gli amati denari, la cui fame continua a toglierci e a restituirci solo polvere e cocci.

Smergo maggiore (Mergus merganser) – Ph Andrea Serena©

Vorremmo, se potessimo, solo ammaliarci con racconti spensierati, parlare della nostra fauna col sorriso carico di speranza… Purtroppo però non c’è tempo, vorremmo…ma non possiamo. C’è da raccontare altro, c’è da spostare il focus su come stiamo perdendo quello che ci rimane, laggiù, tra i ciottoli del fiume che le Grave di Ciano ancora conservano, ma che presto perderanno, se asseconderemo certi bisogni ed obiettivi distruttivi verso la nostra Terra. Questo è il nostro vero patrimonio, e di quel mezzo miliardo di persone che vivono in questo continente: le Grave sono protette infatti da leggi Comunitarie, essendo Sito Rete Natura 2000, la sua doverosa protezione come Sito Rete Natura 2000, tutelate dalle Direttive ‘Habitat’ e  ‘Uccelli’, per l’importantissima ed inestimabile ricchezza della biodiversità e degli ambienti presenti, come ad esempio i prati stabili, quasi scomparsi altrove…

Tutela e protezione da parte di leggi Comunitarie dunque, ma che, a quanto pare, interessano poco nella patria dei Dogi

Di quali specie parliamo? Quali potremmo menzionare per renderci conto di cosa rischiamo di perdere? Difficile scegliere, molti, troppi non saranno citati, ma tutti sono stati, sono e SARANNO importanti per il nostro ecosistema, il loro ecosistema…

Fiore all’occhiello della zona protetta delle Grave di Ciano sono sicuramente i suoi uccelli, con presenze che possono essere stanziali, estivanti, svernanti o di passo migratorio.

Occorrerebbero decine di pagine per concedere il giusto spazio a tutte le specie presenti, ci soffermeremo quantomeno su qualcuna di esse, che per caratteristiche, presenza o biologia, la rende speciale…

Citiamo in primis un picide stupendo, il re dei picchi europei, il piu’ grande tra tutti quelli presenti nel nostro continente: il Picchio nero (Dryocopus martius), che in zona si spingeva a sud solitamente solo fino alla dorsale del  Monte Cesen, ma che negli ultimi anni ha scelto di nidificare anche sul Montello e nel Medio-Piave, favorito anche da boschi igrofili a “legno tenero” a pioppo, salice, od ontano.

Il suo volo ondulato e la sua livrea nera caratterizzata da una macchia rosso acceso sulla testa del maschio, e sulla nuca nella femmina, lo rendono inconfondibile e inimitabile.

Non solo il Picchio nero tra le Grave, ma anche i suoi colorati cugini, il Picchio verde (Picus viridis), che leggenda racconta sia la trasformazione diurna del folletto Mazarol! Ci viene facile sorridere pensando al richiamo tipico di questo uccello bellissimo, simile ad una risata, chissà, forse proprio quella del dispettoso folletto!

Tra i picidi qualche presenza saltuaria anche del Torcicollo (Jynx torquilla), il meno appariscente e conosciuto tra i nostri picchi, specie migratrice presente in zona come nidificante, e utile bioindicatore, essendo specie insettivora che predilige aree vicine ai coltivi estensivi e,  purtroppo, in declino a causa dell’impoverimento degli habitat e dall’uso degli antiparassitari chimici.

Infine il Picchio rosso maggiore (Dendrocopos major), il più comune nella zona Montello-Grave di Ciano e nella nostra Penisola in generale. Bellissimo!

Picchio rosso maggiore (Dendrocopos major) – Ph Andrea Serena©

Fantasticare invece sui rapaci diurni rende facile il pensiero verso alcune specie particolari, a me care, animali che regalano momenti eccezionali per l’attento osservatore, ad esempio l’emozionante passaggio migratorio pre e post-riproduttivo dello stupendo Falco pescatore (Pandion haliaetus), uccello che raggiunge i 170 cm di apertura alare, con una dieta basata al 99% sul consumo di pesce, che caccia con azioni spettacolari, librandosi brevemente dopo aver avvistato la preda per poi scendere in picchiata verso di essa, da altezze anche di 40 metri. Mozzafiato!

Un altro gioiello delle Grave è sicuramente l’Albanella reale (Circus cyaneus), con la colorazione grigiastra del maschio che non lascia dubbi nel riconoscimento. Un rapace specializzato nella caccia “a sorpresa”, con voli bassi che la portano a scomparire velocemente appena individuata una preda, per poi riapparire all’improvviso, fulminea. Spettacolari ed indimenticabili le sue battute di caccia osservabili sui prati delle Grave, un regalo, un privilegio!

Falco pescatore (Pandion haliaetus) – Ph Andrea Serena©   
Albanella reale (Circus cyaneus) – Ph Andrea Serena©

Una dovuta menzione ai rapaci notturni delle Grave ci porta a dare spazio all’unico Strigide migratorio presente in zona, il minuto Assiolo (Otus scops), grande appena quanto un tordo, il rapace notturno di minori dimensioni nei nostri ambienti (più piccolo dell’Assiolo solamente la Civetta nana, che troviamo però in zona montana/alpina). Nell’osservarlo ci possono sicuramente aiutare all’identificazione i simpatici ciuffi sulla testa, che lo rendono inconfondibile. Opportunista, non si lascia sfuggire i molti fori abbandonati dai picchi o i vecchi nidi lasciati liberi dai Corvidi, che sfrutta per nidificare, e che a livello trofico ha un ricco menù caratterizzato soprattutto dai grossi invertebrati disponibili alle Grave, di cui va ghiotto, quali gli Ortotteri (le cavallette ed i grilli sono il suo “piatto preferito”), i Lepidotteri (farfalle e falene) ed i Coleotteri di medio-grandi dimensioni, come i sorprendenti Cervi volanti (Lucanus cervus), i più grandi tra i Coleotteri europei, protetti e sempre più a rischio, a causa della riduzione dei siti idonei all’ovideposizione, i ceppi di alberi vecchi o morenti, soprattutto di quercia.

Cervo volante (Lucanus cervus) – Ph Andrea Serena©

Spostandoci verso il corso d’acqua potremmo scorgere una bellissima anatra di medio-grosse dimensioni, lo Smergo maggiore (Mergus merganser), che fino al 1996 mai aveva nidificato in Italia: la nostra regione è stata la prima fortunata eletta. E’ molto attivo nella pesca, che spesso attua in “squadriglie” organizzate, collaborando nello spingere i pesci verso acque meno profonde. Un campione in acqua, si tuffa fino a 4 metri di profondità e può resistere in immersione anche per 2-3 minuti. Imperdibile la femmina che in caso di necessità carica i piccoli sul dorso, a mo’ di barchetta, traghettandoli al sicuro..

Sotto i loro sguardi il mondo acquatico della Piave regala ormai raramente gli incontri di un tempo, con specie iconiche una volta ben presenti ma che ormai sono solo “relitti” difficilmente osservabili, o solo tristemente rimasti nei ricordi di chi conosce bene il fiume e la sua ittiofauna.

Tra questi, certe specie emblematiche e rare, falcidiate dalla pesca spesso illegale perpetuata soprattutto durante il secolo scorso, e dalla costruzione di opere di presa e dighe che ne hanno compromesso le rotte riproduttive, tutte ovviamente inserite nelle Direttive Habitat, tra cui la Lampreda padana (Lampetra zanandreai), il Barbo italico (Barbus plebejus), lo Scazzone detto “Marson” (Cottus gobio), oppure il Cobite mascherato (Sabanejewia larvata).

Scazzone (Cottus gobio) – Ph Andrea Serena©

Ritornando verso i bianchi ciottoli e la vegetazione circostante potremmo avere la fortuna di incontrare un animale raro ed emblematico delle Grave, l’Occhione comune (Burhinus oedicnemus), splendido volatile dalle lunghe e robuste zampe da corridore, che ama nidificare in habitat con spazi aperti, deponendo al suolo per lo più nei greti dei fiumi o dei torrenti asciutti caratterizzati da ciottoli grossi, il perfetto identikit delle Grave.

L’ultima citazione tra gli uccelli, signori incontrastati delle Grave di Ciano con più di 150 specie osservabili durante l’anno, spetta di diritto al più colorato ed appariscente tra essi, il Gruccione (Merops apiaster), tra i pochi che hanno beneficiato dell’aumento delle temperature medie primaverili ed estive; alle Grave si osserva spesso mentre caccia in volo le sue prede preferite: Imenotteri e Lepidotteri. Il suo piumaggio variopinto, con toni azzurri, gialli, verdi ,arancioni, neri e castani lo rendono uno degli uccelli più belli osservabili nel nostro paese.

Per quanto riguarda invece gli affascinanti mammiferi ci sarebbe in primis da prendere in considerazione la preoccupante ascesa delle specie alloctone, “aliene“, come sempre arrivate per colpa dell’uomo e che nella nostra zona sono ad esempio dovute allo chiusura di vecchi allevamenti di animali da pelliccia che, appena diventati poco redditizi, sono stati liberato in natura entrando in competizione con le specie autoctone. Nel caso della Piave facciamo riferimento al Visone americano (Neovison vison) ed alla Nutria (Myocastor coypus).

Lontani i tempi in cui il nostro fiume era popolato da Lontre europee (Lutra lutra) e Puzzole (Mustela putorius): scomparse le prime, rarissime la seconde..

Tornando agli autoctoni, tra le presenze più tipiche e numerose si trova sicuramente il più comune tra i Canidi, la Volpe (Vulpes vulpes), che ci fa fantasticare pensando ai suoi cugini più stretti, avendo in Veneto una buona popolazione di Lupo (Canis lupus), che nella zona delle Grave ha visto dei rari passaggi di individui in dispersione provenienti dalla dorsale prealpina.

Non diaciamolo a voce alta, molti vivono ancora di credenze medioevali e fanno poco caso ai numeri, che ci dicono, ad esempio, che in Italia si grida allo scandalo per una popolazione di lupi che sfiora i 2500 individui ma che non si preoccupa minimamente dei 700.000 cani randagi o rinselvatichiti..

Tra gli ungulati presenti nelle Grave di Ciano il Capriolo fa da padrone, il più bel musetto tra i nostri selvatici, presente in buon numero e facilmente osservabile all’alba o al crepuscolo, mentre magari ci osserva silenzioso tra una radura e l’altra.

Sempre meno rara la presenza del Cervo (Cervus elaphus), che sfrutta ormai da tempo il corridoio ecologico che connette le Grave di Ciano alla zona collinare e prealpina. Animale maestoso, spettacolare grazie ai palchi regali del maschio, che viene per questo anche chiamato Cervo nobile, “titolo” più che meritato.

Caprioli (Capreolus capreolus) – Ph Andrea Serena©
Cervi (Cervus elaphus) – Ph Andrea Serena©

Va ricordato, come fatto poc’anzi con i Visoni e le Nutrie, che anche tra gli ungulati sono presenti delle specie alloctone, anche solo sporadicamente, che soprattutto nel confinante Montello, hanno cominciato ad arrecare danni al sottobosco, dopo aver devastato ad esempio zone di collina come i Colli Euganei e compromesso certe zone dei Colli Asolani e Maserini. Parliamo ovviamente del Cinghiale (Sus scrofa), nella sua forma alloctona, derivante da immissioni a scopo venatorio perpetuate in Italia fin da fine anni ’60 (nel caso del Veneto si tratta probabilmente di immissioni illegali), optando purtroppo per animali prelevati da luoghi lontani, soprattutto dal centro Europa.

A causa di ibridazioni con maiali domestici e con le specie precedentemente presenti di cinghiali, inquinandone la genetica, con mutazione dell’animale verso una forma di piu’ difficile gestione, perché più prolifico, di maggiori dimensioni, meno elusivo e più aggressivo.

Come successo per altri animali, anche con il cinghiale si è persa troppo a lungo l’occasione per rimediare ai danni da noi creati, con il suide che ormai ha conquistato la regione e che sta causando danni massicci, obbligandoci ora, come spesso accade, a dover imbracciare il fucile e “eliminare” il danno fatto…

Fortunatamente il Cinghiale alle Grave di Ciano, forse grazie alla tipologia del terreno e della sua copertura arborea, non sta ancora causando danni di rilievo come accade ormai da qualche anno nel vicino bosco del Montello.

Se parliamo di Mammiferi dobbiamo, doverosamente, dedicare tempo a quelli forse più importanti per la nostra biodiversità ed ecosistemi, animali splendidi la cui evoluzione li ha portati alla conquista dell’aerea dei nostri habitat, i Chirotteri, l’ordine che comprende moltissime specie che comunemente chiamiamo “Pipistrelli“.

Animali con una biologia unica, stupefacente e affascinante, sono tra gli esseri che più rischiano l’estinzione, tutti strettamente protetti dalle normative ed  indispensabili per il regolare funzionamento degli ecosistemi. Sono tra l’altro i primi alleati dell’uomo se pensiamo, ad esempio, che un chirottero adulto può cibarsi in una sola notte anche di 2000 zanzare…

Come già detto il nostro Paese è punto di riferimento continentale per quanto riguarda la ricchezza biologica, e questo vale anche per i Chirotteri; l’Italia infatti ospita 34 specie di pipistrelli delle 45 totali presenti in Europa, di cui metà a rischio estinzione, causata dall’uso di pesticidi e da scorrette attività umane. Di queste 34 specie, 20 sono presenti nella nostra provincia e la maggior parte di esse vivono tra le Grave ed il Montello, perché ambienti ricchi di invertebrati ed importanti a livello trofico, paradiso carsico ricco di cavità naturali essenziali per le loro colonie.

Tra le specie presenti il Vespertilio maggiore (Myotis myotis), il Ferro di Cavallo Minore (Rhinolophus hipposideros) o il  Miniottero di Schreibers (Miniopterus schreibersii). La maggior parte dei Chirotteri è perennemente minacciata dal disturbo o distruzione dei loro rifugi, dalla scomparsa dei loro habitat di caccia e ovviamente dalla diffusione dei pesticidi.  

E’ nostro dovere risollevare le sorti di questi animali essenziali per il nostro patrimonio verde, ”senza ma, senza se”.

C’è chi corre, chi vola, chi nuota, ma anche chi striscia. Che dire dei rettili delle Grave? Spostiamo principalmente l’attenzione sugli ammalianti serpenti, forse gli animali che più ci hanno messo e ci mettono in soggezione, a causa soprattutto di ancestrali credenze, di derivazione principalmente cristiana, che li ha demonizzati e resi “nemici” a prescindere..

Ma quali sono i principali Ofidi delle Grave? Citazione d’obbligo va a forse il più comune tra i nostri serpenti, il Biacco, el “Carbonass“, un colubro con una lunghezza tra gli 80 ed i 150 cm, con maschi capaci di raggiungere i 2 metri. La doti migliori del Biacco sono probabilmente la sua agilità e velocità straordinarie.

Biacchi (Coluber viridiflavus)  – Ph Andrea Serena©

Strettamente connesse alle acque sono invece le natrici, la Natrice tassellata (Natrix tessellata) e la Natrice dal collare (Natrix natrix), la nostra cara “Bisa rospera”, bellissimo serpente che trova tra il Montello e le Grave un sito perfetto per le sue caratteristiche, essendo un’eccellente nuotatrice con una dieta che si basa soprattutto su rane e rospi. Animale molto timido, appena ci si avvicina fugge veloce o si finge morto praticando la tanatosi, tecnica usata da molte specie e che prende nome dall’antico dio greco della morte, Thanatos.

Tra i coltivi potremmo incontrare il grande Saettone (Zamenis longissimus), che qui chiamiamo “Anda“, già conosciuto nella Magna Grecia come serpente sacro e venerato nei culti di Esculapio. Purtroppo l’eccessiva antropizzazione dell’ambiente lo rende sempre più raro, ed è uno dei serpenti europei più in pericolo. Animale di notevoli dimensioni, arriva ai 2 metri di lunghezza, ma che in fase giovanile è facile preda di altri colubridi, soprattutto del Colubro Liscio (Coronella austriaca).

Difficilissima da individuare ormai da decenni è la Vipera comune (Vipera aspis), a causa della continua persecuzione umana verso la specie, con pratiche barbare che si sono sempre spinte anche verso le specie innocue, al classico grido di battaglia “le ‘na Vipera, copéa!“. Triste ed ignorante.

Le numerosissime segnalazioni sono quasi sempre riferite in realtà a specie ben diverse, scambiando a volte la Vipera addirittura per l’Orbettino (Anguis fragilis), un simpatico Lacertide senza zampe che per nulla assomiglia al Viperide.

In Italia uccidere i serpenti, velenosi o meno, è un reato. Rispettiamoli!

Un accenno è dovuto ai Sauri, di cui citiamo il meraviglioso Ramarro Occidentale (Lacerta bilineata), che con il suo verde lucente ci stupisce sempre come la prima volta, soprattutto quando la gola del maschio in stagione riproduttiva si colora di un azzurro intenso.

Colubro liscio (Coronella austriaca) – Ph Andrea Serena©
Natrice tassellata (Natrixtessellata) – Ph Andrea Serena©

Dell’affascinante mondo degli Anfibi, che in zona ci regalano momenti unici quali ad esempio le migrazioni nel periodo riproduttivo con i Rospi comuni tra i principali protagonisti, mi preme citare quantomeno due specie degne di particolare attenzione e tutela, entrambe  inserite nella Direttiva Habitat. Tra gli Anuri la Rana di Lataste (Rana latastei), endemica padana e tra i gioielli della nostra biodiversità, e tra gli Urodeli lo stupendo Tritone Crestato Italiano (Triturus carnifex).

Rospi comuni (Bufo bufo)  – Ph Andrea Serena©

Che dire invece degli Invertebrati? Potremmo perderci per giorni a discutere di questo sottoregno, spesso considerato “minore” ma che include il 97% delle specie viventi sulla Terra. Sicuramente uno dei più eleganti invertebrati presenti nelle Grave di Ciano è il Ragno granchio (Misumena Vatia), che caccia soprattutto tra le stupende fioriture di orchidea selvatica, con femmine che ci stupiscono con i loro colori, tipicamente un giallo limone intenso, ma che per mimetizzarsi meglio riescono perfino a modificare in caso di necessità!

Eccezionale poi come nelle due attigue aree SIC – Grave di Ciano e Montello – siano state censite una settantina di specie di Lepidotteri (farfalle e falene), dato eccezionale, che si attesta nientemeno che sul totale delle specie presenti nell’intero Regno Unito!

Come non meravigliarci alla vista di un’Atalanta (Vanessa atalanta) mentre si nutre tra le infiorescenze di piante come la Buddleja? E’ probabilmente tra le specie più appariscenti e belle, assieme alle straordinarie Podalirio (Iphiclides podalirius) ed ai Macaoni (Papilio machaon), farfalle spesso scambiate tra loro a causa delle simili livree sui toni del giallo, e per la paragonabile dimensione ed apertura alare, che arriva agli 8 cm.

Bruco di Macaone (Papilio machaon) – Ph Andrea Serena©
Atalanta (Vanessa atalanta) –  Ph A.Serena©
Varie specie su ombrellifera  – Ph A.Serena©

Per terminare questo viaggio faunistico alle Grave, che ha avuto come protagonisti solo una minima parte delle centinaia di specie che rendono questo ecosistema speciale e unico, ci dedichiamo ad una specie facente parte il phylum Nematomorpha, ossia l’interessante e misterioso Gordio (Paragordius tricuspidatus) noto per manipolare il comportamento degli ospiti che parassitizza, specialmente gli Ortotteri quali cavallette e grilli. Nel suo stadio larvale il verme è microscopico, raggiungendo in seguito i 10–15 cm all’interno del suo ospite, dopo l’ingestione accidentale da parte dell’Ortottero delle uova deposte dal Gordio sui vegetali. Una volta all’interno del corpo dell’insetto, il verme si nutre di esso e riempie l’intera cavità corporea del malcapitato, fino alla fase matura, quando il  parassita è pronto per uscire in acqua per completare il suo ciclo di vita, riproducendosi.

Questo verme dalla biologia incredibile “pilota” il suo povero ospite manipolando il suo sistema nervoso centrale, e induce il malcapitato al “suicidio”, inducendolo a saltare in acqua, dove il parassita può strisciare fuori dal suo corpo trovando un compagno per l’accoppiamento, mentre la cavalletta, o il grillo, spesso muore per annegamento. Un parassita ancestrale che dissemina il nostro ambiente di “zombie”.

Anche questo è “Animalia”…

Gordio (Paragordius tricuspidatus), a dx larva di Tricottero in predazione

E’ la fine di un breve viaggio fatto di parole ed immagini, con la speranza di riuscire, noi tutti, a mantenere, salvaguardare e difendere con forza questo ambiente eccezionale scrigno di biodiversità animale, tenendo sempre a mente che la crudeltà nei loro confronti ci indurrà alla crudeltà anche verso noi stessi…

Occidit qui non servat. Chi non salva, uccide.

Dedicato alla biodiversità animale delle Grave di Ciano e a chi la difende.

Andrea Serena.

In copertina: Ferro di Cavallo Minore (Rhinolophus hipposideros) – Ph Andrea Serena©

SE NON L’HAI ANCORA FATTO FIRMA LA PETIZIONE PER LA SALVAGUARDIA DELLE GRAVE DI CIANO

Di qua e di là del Piave – barche, osterie e contese

Il riferimento alla nota canzone “Di qua e di là del Piave” è esplicito e il nostro pensiero è rivolto ai militari della Grande Guerra, ai loro canti volti ad esorcizzare la paura, a sciogliere i nodi di pianto a lungo trattenuti, ma questa canzone in particolare parla d’amore e mi piace immaginare che sia più antica e si possa far risalire all’epoca dei traghettatori (passadori) del Piave e dei loro avventori che, sostavano tra una sponda e l’altra (di qua e di là) del Piave in attesa della barca. E’ un buon pretesto per parlare della storia antica dei passi del Piave. La necessità di spostarsi da una riva all’altra è antica quanto la presenza dell’uomo lungo il fiume. I traghetti nel tratto del Piave a noi vicino sembra fossero 14 e il primo di questi era quello di Quero che collegava Vas sul lato opposto. Le due sponde erano – e sono – così vicine che era possibile stendere una catena per interrompere la fluitazione delle zattere quando qualcuno tentava di sorpassare la dogana senza corrispondere il dazio. Il sito era difeso dal fortilizio di Castelnuovo, ultimo avamposto della Serenissima affidato ad un nobile veneziano. Fu baluardo di difesa contro gli eserciti della Lega di Cambrai ma il difensore Girolamo Miani dovette soccombere nel 1511 all’armata del generale La Palice.

Castelnuovo di Quero. Disegno del 1840 che mostra la classica barca del Piave a poppa tronca. Sul fiume fluita anche una zattera.
Barca di Quero in una foto del 1920 ca.

Altro guado di quelle acque era situato tra Fener e Segusino ma il più importante era quello della stretta di Vidor quasi in pianura, dove la corrente dell’acqua confluiva in un unico ramo di poche decine di metri tra il promontorio dell’Abbazia di Santa Bona e le terrazze di conglomerati di Covolo, località ancor oggi chiamata “Barche”. Il passo collegava la zona di Valdobbiadene con quella di Montebelluna, già sede di un importante mercato settimanale.

Abbazia di Vidor. Particolare di mappa databile 1483. Prima raffigurazione conosciuta della barca sul Piave. (AST S. Bona, busta 3). La dicitura “barca” è stata evidenziata.

Le prime notizie di questa attività risalgono alla fondazione dell’Abbazia di Santa Bona, la cui storia si collega alla prima crociata. Di ritorno dall’impresa militare Giovanni Gravone Da Vidor aveva portato con sé le reliquie della vergine egiziana Santa Bona e le aveva riposte all’interno della cappella di famiglia. Nell’agosto del 1106, lo stesso Giovanni, assieme ad altri nobili di Vidor, dona la cappella, trenta mansi (poderi), il monte Zimione e i diritti di transito del Piave all’Abate di Pomposa, ottenendo in cambio la fondazione di un monastero benedettino.
Il guado sul Piave era attivo da molto tempo prima. Si ha notizia che nel 900 gli Ungari, dopo aver messo a ferro e fuoco il Quartier del Piave, passano il fiume a Vidor diretti a Bassano. Nella dotazione del monastero di Vidor vi è anche il porto in quella che risulta essere una postazione strategica di rilievo e altrettanto importante fonte di reddito per l’Abate. Questi affida a uomini di Vidor e Covolo la gestione sia del porto che della barca per il guado con un’ampia concessione in perpetuo per loro e i famigliari. Questa investitura relega l’Abate a titolare formale dei beni. Il corrispettivo di L. 12 all’anno sembra essere simbolico. Non esiste l’imposizione di tariffe per il passaggio ma c’è ragione di ritenere che si applicassero quelle pubbliche contemplate dallo Statuto di Treviso del 1231: 2 denari per un uomo a piedi e 6 denari per un uomo a cavallo che venivano raddoppiate per la gente che arrivava da fuori del territorio di Treviso. Vi sono esoneri per gli abitanti di Vidor e per tutti i notabili civili e religiosi.

Alcune raffigurazioni riguardanti l’Abbazia di Vidor.
1 – Barche a Vidor (AST S. Bona, busta 3, databile 1664) 2 – Passo di Vidor (ASV P. Boschi, Catastico Trevisana 1669) 3 – Porto dell’Abbazia (AST S. Bona, busta 2 catastico 1704-5) 4 – Lapide che ricorda le spoglie di S. Bona presso l’Abbazia anno 1592 (Ph Tiziano Biasi ©).

Col passare del tempo gli investiti di questa concessione si ribellano all’autorità dell’Abate di Vidor, rifiutandosi di prestare i servizi a lui dovuti fino a negare la propria qualità di servi. E’ una protesta che la dice lunga sull’autorità dell’Abate, che deve ricorrere al Podestà di Treviso per ottenere salvi i suoi diritti e il reintegro dei suoi beni mobili e immobili ed in particolare del porto e della barca. Ma i debiti del monastero crescono anche per effetto delle spese di giudizio e le concessioni per la barca diventano veri e propri contratti d’affitto più onerosi e soprattutto limitati nel tempo. Non sono più i servi dell’Abate a gestire il traghetto ma uomini della nascente borghesia che garantiscono di avere a disposizione navigatori buoni e sufficienti. Nell’ottobre del 1339 due barcaioli di Covolo, discendenti degli antichi titolari di fitto perpetuo si impadroniscono della barca reclamando il loro legittimo diritto. Intervengono le milizie del podestà di Treviso a mettere fine alla vicenda e reintegrare l’affittuario nel possesso della barca. Sono episodi che si ripetono nel tempo e che l’Abate Rainerio nel 1371 dovrà riconoscere come pretese legittime ripristinando le condizioni stabilite in origine. Sono sei uomini di Covolo a beneficiarne e nel 1377 sarà stabilito il nuovo tariffario della barca alla presenza del podestà di Treviso e dell’Abate stesso.

 utentetariffa con Piave piccolatariffa con Piave grossa
Trevigiani a piediDenari 6Soldi 1
Trevigiani a cavalloSoldi 1Soldi 2
forestieritariffa doppiatariffa doppia
Carro caricoSoldi 2Soldi 4
Carro di vinoSoldi 5Soldi 5
Animali grossiSoldi 1Soldi 2
100 animali piccoliSoldi 8Soldi 8
Tariffe per il passo di Vidor del 1377

A ragguaglio sulle tariffe dell’epoca diciamo che 1 lira era equivalente a 20 soldi e 1 soldo erano 12 denari. E’ difficile risalire oggi al potere d’acquisto di queste monete ma, da ricerche correlate, si rileva che con una Lira al giorno si poteva campare e un bue costava circa 36 Lire. Sono dati riferiti al XV secolo.

Con l’avvento dei Carraresi a Treviso (1381-1388) i barcaioli di Vidor perdono i privilegi sulla barca per breve periodo e all’inizio del Quattrocento si assiste a vendite frazionate del diritto sulla barca a uomini che qualche tempo dopo vi rinunciano in favore dell’Abate che nel 1454 riprende il completo controllo del passo stipulando con un uomo di Covolo un contratto che nulla ha a che vedere con gli antichi privilegi. La durata del contratto è di tre anni ed il corrispettivo annuo è di L. 146. Successivamente i contratti vengono stipulati con uomini nuovi, tanto che nel 1481 Angelo Fasolo, vescovo di Feltre e Abate di Santa Bona affida la barca a un uomo di Fontigo e uno di Santa Mama. Il flusso di gente è cospicuo e c’è anche chi ha bisogno di pernottare; nel 1490 un Trevigiano apre un’osteria nei pressi di Covolo e la dà in gestione ad Antonio Zornita (di qua e di là del Piave). Nel 1489 l’Abbazia di Santa Bona è svincolata da quella di Pomposa e aggregata al monastero di S. Antonio di Venezia, entrando quindi nella giurisdizione della Serenissima.

All’inizio del secolo XV gli abitanti di Bigolino stanchi del servizio offerto dal passo barca tra S. Vito di Valdobbiadene e Fener, chiedono a loro volta il permesso al Podestà di Treviso di tenere una barca propria. La vicinanza con quella di Vidor accende ben presto i conflitti con i vicini che dovranno essere sanati dall’autorità trevigiana. Sarà l’Abate di Vidor ad avere la meglio con l’impegno però di gestire due barche e concedere il passaggio del fiume gratuito a quelli di Bigolino.
E così la storia continua tra una contesa e l’altra.
Si capisce quale sia l’importanza del traghetto del fiume e come le popolazioni rivierasche vogliano la comodità di accesso ai passi barca. Le richieste vengono dalle popolazioni di Moriago e Fontigo a cui si unisce Santa Mama, con numerose suppliche alla magistratura sempre ostacolate dall’Abbazia di Vidor da una parte e i conti Collalto – che gestivano i passi di Falzè e Nervesa – dall’altra, preoccupati di nuova concorrenza.

Mappa attuale del Piave con riferimento a Santa Mama, luogo individuato per il nuovo passo a favore dei comuni della sponda sinistra del fiume.
Barca sul passo di Falzè – foto archivio Giuseppe Piccolo.

Quando poi alle citate comunità roganti si uniscono quelle di Colbertaldo, Col San Martino, Mosnigo e Farra il Provveditore ai Boschi Marco Venier, dopo aver consultato i tecnici di Giavera e la popolazione rivierasca, si convince che bisognava aprire un traghetto in località S. Mama. Il progetto fu presentato al Consiglio dei Dieci il 13 gennaio 1593 e la sua gestione doveva essere affidata a persone capaci che avrebbero garantito un buon servizio. Con l’occasione viene soppresso il passo di Falzè nonostante le proteste dei Collalto. Era noto che da quel luogo transitavano di contrabbando parecchi rovi del Montello – pratica considerata vera peste del Bosco – secondo la Serenissima.

Doveva essere una vera innovazione poiché sul posto si sarebbero costruiti un ristorante (osteria), un punto vendita di mercanzie sgravate da ogni tassa e una stazione coperta per i viaggiatori. In pratica il nobile Venier stava realizzando con qualche secolo di anticipo un moderno duty free shop… Il complesso commerciale avrebbe facilitato le persone più povere delle zone di Ciano e Covolo mettendo loro a disposizione uno spaccio calmierato che avrebbe attratto i rivieraschi, controllandone i movimenti. Il traghetto avrebbe evitato tanti incidenti e morti tra le onde del Piave di gente che si azzardava a passare da una sponda all’altra, con mezzi di fortuna, eludendo la sorveglianza. Ma anche le barche autorizzate potevano trovarsi in difficoltà nell’attraversamento del Piave.
Si ha notizia che il I maggio del 1697 la grossa barca al ritorno dal mercato di Montebelluna naufragò causando la morte di 60 persone e la perdita di animali e biade. Seguì un lungo processo per accertare le responsabilità.
Il 21 febbraio 1593 il Consiglio dei Dieci approvò la realizzazione del nuovo traghetto aggiungendo a S. Mama anche il porto fluviale volendo alleggerire quello di Nervesa, ma lo scopo era quello di sottrarre introiti sia all’Abate di Vidor che ai Collalto.
Questa nuova apertura segnò l’inizio delle tensioni.
I passadori di Vidor e di Bigolino, dopo essersi costituiti in cooperativa, ebbero in dono lo jus navigandi del Piave da parte dell’Abate e cominciarono a invadere gli spazi assegnati ai nuovi barcaioli di Santa Mama che si rivolsero subito al Capitanio e ai Provveditori del Bosco per ottenere giustizia e il primo risultato fu che il Consiglio dei Dieci comminò a quelli di Vidor un’ammenda di 200 ducati nel 1611. Per poter far fronte all’ingente sanzione e per poter continuare il servizio gli uomini di Vidor si indebitarono e ipotecarono i loro beni mentre l’Abbazia, astutamente, seppe sottrarsi ad ogni impegno.
Le notizie relative alla struttura amministrativa del passo di Santa Mama si rilevano da un antico documento che contempla l’appalto per un periodo di quattro anni per tutta l’attività connessa con il traghetto. Era il 1633 e gli uomini che si aggiudicarono la gara erano Bartolomeo del fu Zuane da Santa Mama, Cristoforo Franco, Zuan Maria, Zuane Bressan, Zuane Menegotto e Giacomo Menegazzo, tutti di Moriago. La loro offerta vincente fu di 24 ducati all’anno oltre a 26 ducati e spicci per i diritti sull’osteria e la beccaria. La garanzia fidejussoria per loro fu offerta da un tale di Treviso e uno di Moriago, gente assai nota sul mercato. Tutti insieme vincolarono i loro beni a favore della Serenissima che faceva affidamento su questa attività funzionale pure allo sbocco del legname del Bosco Montello. Le tariffe dell’epoca furono stabilite dal podestà di Treviso con un regolamento che vietava di  “… usar extorsioni, agravio o magnarìa”.

Per una persona a péSoldi 2
Per un carro caricoSoldi 12
Per una persona a cavalloSoldi 4
Per un carro vuoto condotto da un cavalloSoldi 6
Per una carrozza condotta da  2 cavalliSoldi 8
Per una carrozza condotta da 3 cavalliSoldi 10
Per una carrozza condotta da 4 cavalliSoldi 12
Per ogni animale da somaSoldi 2
Tariffe passo barca di Santa Mama del 1632

La posizione della barca di Vidor che inizialmente stava a monte della stretta del fiume si era progressivamente spostata a valle dell’Abbazia ma nel 1482 per la già menzionata questione con Bigolino, una barca doveva essere ripristinata nel luogo più vicino a quella comunità.
Quando fu aperto il porto di Santa Mama iniziò una vera lotta tra l’Abate di Vidor e i Provveditori del Bosco Montello, veri difensori del nuovo passo. Gli scontri erano all’ordine del giorno. Quelli di Vidor si spostavano verso sud nondimeno quelli di Santa Mama si spostavano verso nord entrando, si fa per dire, in rotta di collisione con i primi. Le ragioni di questi sconfinamenti erano collegate alle mutevoli condizioni del Piave e alle sue frequenti piene ed esondazioni. Ognuno cercava il punto più facile per l’attraversamento del fiume che, come sappiamo, di anno in anno si andava ramificando.

Le continue scaramucce tra barcaioli non giovavano a nessuno e i Provveditori del bosco avendo avuto le prove che gli sconfinamenti più frequenti si dovevano attribuire alle barche di Vidor ottengono dalla Serenissima un decreto (21 maggio 1664) che intima la chiusura del passo di Vidor. Si può immaginare l’opposizione dei barcaioli di Vidor, che delegano l’Abate a rappresentarli nell’incontro sollecitato dall’avvocato fiscale dei Provveditori. Ma l’abate fa orecchie da mercante e rifiuta di incontrare i rappresentanti della Serenissima sostenendo che lo jus navigandi riservato all’Abbazia è sancito da antichi documenti. Non resta altra via che andare a processo. L’Abate Giovan Battista Pateani, forte della protezione di Roma, pensa di poter sfidare Venezia, ma la Serenissima aveva già dimostrato di non tollerare l’ingerenza ecclesiastica negli affari di Stato e il Bosco Montello era uno di questi. Si passò all’escussione dei testimoni. Il luogo scelto per le interrogazioni fu la casa del signor Ademari “ora tenuta dal alcuni fiamenghi” a Rivasecca. In data 30 maggio i Provveditori redigono un primo rapporto dal quale emergono i continui sconfinamenti della barca di Vidor ma non solo. Durante le ispezioni si scopre che l’Abate aveva aperto uno spaccio abusivo al di sotto dell’Abbazia, un vero e proprio attentato al passo di Santa Mama. Risultò che vi si commerciavano beni di contrabbando e di produzione dell’Abbazia stessa utilizzando un’altra barchetta posta nelle vicinanze del monastero. La relazione arrivò sul tavolo del Consiglio dei Dieci che sentenziò la rimozione della barchetta, la demolizione dell’osteria con annesso spaccio; il rientro della barca nella sua originale posizione e la riattivazione del servizio dopo il pagamento di un’ammenda di cui non si conosce l’ammontare.
Ci fu pure ammonizione a non ripetere questi comportamenti affidando al Capitanio del Bosco l’incarico di sorvegliare e comunicare eventuali trasgressioni.

Disegno del perito Pietro Tessari (1729): il Piave a Nervesa con il passo barca per Colfosco. La mano indica la località Scaranzina sede di un’antica osteria distrutta dalle piene del fiume presso la quale usava attraccare la barca del passo. Anche sul fronte opposto a Colfosco c’è un’osteria.
Ultima immagine della barca di Nervesa. (Inizi Novecento)

Poteva durare questo stato di cose?
Dopo trentacinque anni, la situazione era precipitata al punto di partenza. L’Abbazia aveva riaperto uno spaccio-osteria spostando l’imbarcadero più a sud al fine di riconquistare il maggior numero di avventori. A complicare le cose era arrivata la “brentana di S. Martino” del 1698 che aveva spazzato il porto di Santa Mama, costringendo i barcaioli a spostarsi più a nord. Il copione si ripete: nuovo conflitto, sopralluoghi dei funzionari del bosco ed escussione dei testimoni. Questa volta i Provveditori si ritrovano a Ciano. I nomi delle persone interrogate ci riportano ai cognomi tuttora presenti in zona: Pietro Zaniol, Zuanne Boteselle, Zuan Moretto, Bortolo De Bortoli. Viene anche interrogato Michiel Covolan di Covolo, stabilito a Ciano da 28 anni, già concessionario del Passo di Santa Mama, la cui testimonianza fu decisiva per far emergere come quelli di Vidor spaziassero fuori dal territorio loro assegnato, minacciando di spostarsi ancor di più, tanto avevano la protezione dell’Abate.
A conclusione della vertenza si ripete l’intimazione ai passadori di Vidor di traghettare entro i propri confini nonché l’abbattimento dell’osteria dell’Abate. Anche quelli di Ciano dovevano però restare al loro posto. La tregua dura ancora trent’anni e, quando il conflitto si fa più acceso, la Serenissima, oltre alle solite ingiunzioni, colpisce pesantemente l’Abbazia nei suoi primari interessi con nuove imposte che ne decreteranno progressivamente il declino fino al punto di essere confiscata. Venezia, indebitata fortemente per le continue guerre con l’Oriente, arriva a mettere all’asta il complesso abbaziale di Vidor. E’ il nobile veneziano Nicolò Erizzo ad aggiudicarsela l’11 giugno del 1774.

Poi la storia è nota. Cade la Serenissima, arrivano i Francesi, poi gli Austriaci e infine… gli Italiani.
Il servizio del passo barca di Vidor continuò fino al 1871 quando fu inaugurato il ponte di legno. Venne mantenuto il pedaggio per il suo attraversamento per vent’anni. Il Piave con la sua forza alluvionale riuscì a distruggere il ponte di legno e così di dovette ritornare alla barca finché non fu realizzato il ponte in pietra (1911). Dopo la rotta di Caporetto gli Austriaci arrivarono alle sponde del Piave e per poterli fermare (novembre 1917) il comando italiano fece saltare gli ultimi piloni sulla sponda destra per cui, ancora una volta, riprese servizio la barca.

Un po’ di storia per immagini.
1 – Le tariffe per i passi barca decretate dai Francesi nel 1807. 2 – Avviso per l’inaugurazione del Ponte di Legno del 1871. 3 – Disegno del Ponte di legno a Vidor del 1876. 4 – Foto Ferretto del 1872 (BCT, Miscellanea). 5 – La passerella di barche a Vidor nel 1917 (dal sito www.iwm.org.uk). 6 – Militari italiani in attesa di passare a Vidor – sullo sfondo l’Abbazia di S. Bona – ( dal sito www.iwm.org.uk). 7 – Il ponte di Vidor in pietra ristabilito dopo la Grande Guerra negli anni venti del Novecento.

Venuto meno l’interesse per il bosco Montello con la dominazione austriaca anche il centro di Santa Mama si ridusse ad una piccola borgata e sopravvisse il solo traghetto gestito da una famiglia di barcaioli. Si narra che, nella prima metà del Novecento, per le osterie del Montello e attorno al Piave, si potesse ascoltare la fantastica storia degli ultimi passadori.  Barba Nane si era accorto che ogni notte la sua barca spariva dal passo di Santa Mama ma al mattino la ritrovava nel punto dove l’aveva lasciata. Il figlio più scaltro pensò di nascondersi nella barca sottocoperta per verificare che cosa accadeva. Quando la barca cominciò a muoversi, sbirciò da un foro e vide tre donne vestite di nero che vogavano a più non posso. Pensando che fossero delle streghe si fece il segno della croce e se ne stette zitto finché la barca si fermò e le tre donne scesero, allontanandosi nelle Grave. Scese anche lui e si accorse che al chiaro di luna i sassi del Piave luccicavano. Ne prese una manciata e si rifugiò di nuovo sotto poppa. Ritornarono le streghe e ripresero a remare con tutta forza per approdare al mattino lì da dove erano partite, poi si dileguarono per il bosco. Barba Nane quando vide le pietre raccolte dal figlio pensò di venderle ad un ebreo di Asolo. Questi confermando che si trattava di veri diamanti dichiarò di non avere denaro sufficiente per acquistarle e indirizzò i barcaioli a Venezia. Qui poterono vendere i diamanti e tornarsene con un sacco di zecchini e una sporta di ducati. Poi comprarono casa e campagne sparendo per sempre da Santa Mama. Finiva così l’attività degli ultimi barcaroli del Piave.

1 – Nella lunga storia del Piave non possiamo dimenticare gli zattieri, fornitori di merci e di legname per la Serenissima. 2 – Una bella immagine di gente vestita a festa sulla barca del Piave. 3 – La filastrocca del Sior da Vidor. Fra le righe affiorano i sentimenti di una lunga competizione tra barcaioli di Vidor e Ciano (“quel da Zian l’é un poro can“).

La barca del Piave per un giorno di festa

Alla fine di questo racconto vorrei chiamarvi sulla sponda del Piave sulle Grave di Ciano ad osservare quel fantastico paesaggio che si è formato nel corso dei millenni ed invitarvi ad una riflessione. Perché dobbiamo cancellare un tratto di questa bellezza con delle costruzioni di cemento nel tentativo di imbrigliare questo fiume? La natura, già dichiarata protetta nei luoghi dei nostri barcaioli, va preservata – è noto che esistono efficaci soluzioni alternative sperimentate in altri siti – . Se potessimo far rivivere gli antichi passadori, lasciata da parte ogni antica contesa, sarebbero loro a invocare “Siòr da Vidor“, il motto che è rimasto esclamazione di fronte ai momenti difficili, un po’ come quello che stiamo vivendo.
La minaccia distruttiva del sito delle Grave di Ciano val bene questa supplica.

Tiziano Biasi

Foto di copertina e finale
tratte dal documentario “I colori di Piave” a cura di Nic Pinton

Bibliografia e immagini ove non diversamente indicato:

Giovanni Caniato (a cura di). La via del Fiume – dalle Dolomiti a Venezia
Cierre Edizioni 1993

Gabriele Rossi Osmida. Vivere il Montello
Edizioni della Galleria 1984

Giancarlo Follador (a cura di). Covolo di Piave
Parrocchia di Covolo 1993

Emilio Spagnolo. Abbazia S. Bona di Vidor
Bertoncello Artigrafiche 1980

Danilo Gasparini (a cura di). Due villaggi della Collina Trevigiana
Vidor e Colbertaldo
– L’età moderna Sec. XV-XVIII – Tomo I
Comune di Vidor 1989 

SE NON L’HAI ANCORA FATTO FIRMA LA PETIZIONE PER LA SALVAGUARDIA DELLE GRAVE DI CIANO

Grave di Ciano in punta di piedi

Tutti noi quando andiamo in vacanza o in viaggio all’estero, quando visitiamo una città d’arte o semplicemente facciamo una gita in montagna, non dimentichiamo di portare con noi la macchina fotografica. Infatti sentiamo e abbiamo il bisogno di immortalare la bellezza dei luoghi, gli scorci caratteristici o gli aspetti più insoliti che incontriamo. Se quando visitiamo un posto nuovo ci viene facile cogliere quanto di diverso e vario ci troviamo di fronte, questo solitamente non succede per quanto riguarda ciò che abbiamo sotto gli occhi ogni giorno.
Ed è questa una sfida per il fotografo naturalista: riuscire a cogliere la bellezza, l’originalità dell’ambiente che lo circonda, la specificità della natura che si trova fuori la porta di casa.


Le grave di Ciano possono a prima vista sembrare un luogo poco interessante, inospitale, sterile, un insieme di sassi e ciottoli dove c’è poca vita e dove crescono solo cespugli spinosi e ciuffi d’ erba secca.
Ebbene in quest’area, purtroppo da molti poco considerata, si trova un’alta biodiversità e oltre a caratteristiche piante endemiche, arbusti e fiori qui vivono anche numerose specie di mammiferi, uccelli, rettili, insetti, farfalle ecc.. Chiunque ami la fotografia naturalistica e si avvicini a questo luogo con discrezione e rispetto, può portare a casa in ogni stagione dell’anno immagini emozionanti e uniche. Qui madre natura ci stupisce con distese profumate gialle e rosa del citiso, con i cuscini fucsia dell’astragalo o lilla del timo, con le numerose varietà di orchidee spontanee mentre l’occhio attento del fotografo può scorgere gli insetti o le farfalle posate sui fiori. Anche le distese ondeggianti dei “mamai” luccicanti in controluce suscitano grandi emozioni.
Nelle grave di Ciano si possono fare degli incontri speciali: infatti non è raro scorgere il biancone , un falco che si ciba di serpenti, con la preda che gli pende dal becco, oppure il raro pendolino con il suo originale nido o i rondoni che ti sfrecciano sopra la testa.

Anche chi preferisce la fotografia paesaggistica trova in questo luogo spunti unici. Infatti in questa nostra provincia di Treviso così antropizzata sono poche le aree dove lo sguardo può spaziare senza incontrare segni della presenza umana. Oltre la sconfinata prateria, che cambia colore di giorno in giorno, si può scorgere il profilo sinuoso delle colline del Prosecco, e sullo sfondo il crinale delle Prealpi che con le luci dell’alba e del tramonto si dipingono di magia.
Non è necessario andare lontano per fare belle foto, basta puntare l’obiettivo su questi habitat unici e speciali che abbiamo vicino a casa e salvaguardarli per chi verrà dopo di noi.

Rinaldo Checuz

http://www.rinaldochecuz.it

SE NON L’HAI ANCORA FATTO FIRMA LA PETIZIONE PER LA SALVAGUARDIA DELLE GRAVE DI CIANO

Torniamo ad occuparci della Piave, delle sue rive, delle sue golene e del suo letto!

Nel titolo dell’Ordine del giorno proposto dalla Regione Veneto ai Comuni del Medio Piave, presumibilmente dall’Assessore all’ambiente GianPaolo Bottacin, si parla di “sicurezza delle popolazioni che vivono in questa parte della pianura trevigiana”.

Nel momento in cui si ricorre, in questa materia, alla deliberazione dell’assemblea consiliare, si dovrebbe anche conoscere, con una approfondita ispezione in loco, perlomeno nella parte del proprio territorio interessata dal fiume, quale è realmente la situazione delle rive e del greto del nostro corso d’acqua, quali possono essere gli impedimenti allo scorrere delle correnti fluviali, le erosioni in atto sulle rive golenali, e poi la consistenza delle vegetazioni a ridosso delle sponde soprattutto nel divagare del fiume nella zona della fascia delle risorgive. A maggior ragione per Comuni come quelli di Maserada e di Cimadolmo – ma anche Spresiano, Susegana, Breda di Piave, S. Biagio di Callalta, Ormelle e Ponte di Piave che hanno molti ettari del loro territorio comunale, occupati da ambiti golenali, come pure, verso il rilievo collinare, negli ambiti fluviali dei comuni di Crocetta, di Sernaglia, ma anche di Valdobbiadene e di Pederobba e poi di Vidor e di Moriago,… – i cui territori di golena qualificano tutta la loro realtà comunale sia dal punto di vista del valore ambientale che da quello economico in una prospettiva di futuro sviluppo turistico slow.

 
– Perché fermarsi ad approvare un o.d.g. calato dall’alto, prima ancora di rendersi conto di quali possono essere i problemi concreti che gli ambiti fluviali, presenti nel proprio territorio, stanno soffrendo? 


– Perché non concordare con tutti i consiglieri comunali e con le associazioni di volontariato culturali, ambientaliste, con le organizzazioni imprenditoriali che operano nel territorio, decisioni per un futuro di vero progresso utilizzando correttamente la risorsa ambientale? Ci si deve rendere conto che il Fiume con le risorse che racchiude, rappresenta da solo la base da cui partire per rendere più interessante il futuro delle comunità che lambisce con il suo corso. 


– Perché non adottare da subito la prassi sperimentata del Contratto di Fiume con la sua capacità di condivisione e di discussione partecipata nei confronti di tutti i portatori di interesse?

– Ma è proprio vero che la grande opera delle Casse di Ciano, può risolvere il problema della laminazione delle piene secolari della Piave?

Senza scomodare i risultati della Commissione De Marchi degli anni ‘70 , ci sembra che anche il Piano Stralcio per la Sicurezza idraulica del 2010, approvato dall’Autorità di Bacino presenti 4 possibilità di intervento quasi ad indicare che, se si vuole intervenire efficacemente in tutta l’asta fluviale del medio Piave, è necessario pensare di rendere lo spazio dovuto al divagare delle correnti in situazione di morbida e di piena tenendo conto che questa è la tendenza che hanno concretamente imboccato tutte le nazioni europee che vogliono risolvere realmente i problemi di sistemazione idraulica degli ambiti fluviali del continente. 

Se i consigli comunali potessero fare sintesi sulle varie situazioni presenti nelle golene fluviali, si accorgerebbero che molta parte di queste zone a ridosso del Fiume è occupata da vigneti, da agricoltura intensiva ed ancora da vigneti! Anzi, molto spesso questi vigneti,che sfiorano ed a volte invadono il letto fluviale, vengono difesi dall’inevitabile erosione, con massi trasportati e posizionati in loco a spese di tutta la comunità. 

La Golena del Piave tra Ponte di Piave e Sant’Andrea di Barbarana – Tratta da Google Earth 2020

Domanda: chi ha permesso questi insediamenti produttivi così a ridosso delle correnti fluviali? E chi ha speso i soldi delle comunità per garantire reddito a favore di privati imprenditori agricoli? E’ il Genio Civile, che si ostina a concedere continuamente escavazioni in letto pensando di risolvere il problema delle erosioni scavando al centro ed illudendosi che l’acqua scorrerà in quella parte dell’alveo con il Fiume che, di conseguenza logica, provocherà il fenomeno delle erosioni delle rive, smentendo un ragionamento duro a morire all’interno del nostro genio trevigiano.

Cari Consigli Comunali, questo sta avvenendo ormai da anni in Piave e non occorre essere ingegneri idraulici per cogliere i veri problemi di questo Fiume massacrato dagli interessi di pochi che presenta il conto perché in dissesto idromorfologico ed idrogeologico: e pensare che ancora nel 2010, il prof. Emerito Luigi D’Alpaos, peraltro emendabile in tante altre occasioni, in una relazione commissionata dai Comuni di Breda di Piave e di Maserada sul Piave affermava con nettezza che, in questa parte dell’asta fluviale, non si doveva portar via nessun metro cubo dai greti del fiume!

A parte il fatto che nell’o.d.g., il Bottacin ha fatto scrivere, sapendo di mentire, che il solo Comune di Crocetta del Montello si è opposto alla realizzazione dell’invaso di Ciano, quando in verità tutti i Comuni dell’area montelliana più Valdobbiadene, Vidor (e probabilmente anche Caerano e Pederobba) hanno confermato il proprio NO unanime, perché, in presenza di un sicuro e cospicuo stanziamento statale, non si percorre la strada dell’intervento innovativo, supportato dalle comunità rivierasche, che preveda l’allargamento dello spazio vitale al Fiume, alle sue isole fluviali, alle sue lanche  ricche di biodiversità, alle sue macchie boschive di riva da ricostruire con l’aiuto delle nuove generazioni, addirittura con i bambini ed i ragazzi della scuola dell’obbligo? ? ?! ! ! 


Contemporaneamente, e lo stanziamento di decine di milioni di euro ce lo permette, potremo far arretrare le invadenti coltivazioni e riconsegneremo migliaia di ettari allo scorrere del Fiume, incrementando la distribuzione dell’acqua in una falda freatica sempre più compromessa, incapace di mantenere attivi tutti i fontanili della nostra fascia delle risorgive. 

Con un progetto di questo tipo, l’U. E. non avrebbe nessuna difficoltà ad aumentare lo stanziamento, proveniente dal Next Generation Plan, riconoscendone la qualità. Quindi la somma di 1.600.000,00 euro per il progetto di casse lungo il letto del Medio Piave, venga dirottato a favore di un progetto di una vera sistemazione idraulica ed idromorfologica dell’intero settore golenale ritornando spazio al fiume e ricreando nuovi letti per lo scorrere delle morbide e delle piene del nostro Fiume. 

Confronto su arco 30 anni della Piave nel tratto tra Fossalta di Piave e Noventa di Piave. Fonte aerofoteteca della RV.
Confronto su arco 40 anni della Piave nel tratto tra Fossalta di Piave e Noventa di Piave. Fonte aerofoteteca della RV e BING map. 

Riprendiamo in mano una bella carta I.G.M. degli anni ‘60 in scala 1.25.000 dell’intero letto fluviale e scopriamo quali erano le parti del territorio golenale che erano interessate al defluire delle acque della Piave. Ci accorgeremo di quanto spazio abbiamo sottratto ai letti fluviali in 60 anni, nel silenzio assordante del Genio Civile di Treviso.

Fausto Pozzobon

Presidente del circolo Legambiente Piavenire

SE NON L’HAI ANCORA FATTO FIRMA LA PETIZIONE PER SALVARE LE GRAVE DI CIANO

Andrea Zanzotto e la fedeltà al paesaggio

L’impegno per la salvaguardia del patrimonio paesaggistico veneto ha particolarmente caratterizzato l’ultima fase della vita e dell’attività culturale di Andrea Zanzotto (Pieve di Soligo, 1921 – Conegliano 2011), di cui quest’anno si celebra il centenario della nascita. Le riflessioni di Zanzotto sulla catastrofe climatica (cementificazione selvaggia, riscaldamento globale, estinzione di biospecie, progressiva desertificazione) lo hanno spesso indotto ad assumere, anche in interventi ed interviste, decise prese di posizione in favore dell’ambiente, nonché a promuovere e sottoscrivere appelli e petizioni. Nell’aggressione scriteriata – quasi feroce – ad un paesaggio che fino a settant’anni fa era ancora quello dei quadri di Giorgione e di Cima da Conegliano, il poeta vedeva, con sconforto e avvilimento, il tragico compiersi di un demenziale processo di degrado naturale che inesorabilmente sta provocando anche degrado e destrutturazione dell’umano. Quella di Zanzotto è stata una straordinaria forma di “resistenza” a tale aggressione, alla “bruttezza che sembra quasi calata dall’esterno sopra un paesaggio particolarmente delicato”, allo sconsiderato “progresso scorsoio” che ha creato devastazioni anche in ambito sociologico e psicologico.  

La letteratura – quella grande – arriva sempre prima, i poeti (gli artisti) hanno antenne assai ricettive. Anche sottovoce – magari suo malgrado – un grande poeta è, per tanti aspetti, profeta. Zanzotto aveva visto molto avanti già dagli anni ’50 del secolo scorso. Forse perché lui, nel paesaggio, si era immerso e “rinchiuso” fin dall’infanzia, lo aveva, in un certo senso, quasi “indossato”. E la produzione poetica di Zanzotto è caratterizzata, già dagli esordi, dalla costante fedeltà al paesaggio e dalla feconda interazione con esso (“Ho paesaggito molto”, dice in La beltà). È una poesia che si è andata sviluppando secondo una costanza di scenografia, di sfondi (i colli del Solighese e il profilo delle Prealpi, il Piave, il Montello), abbastanza singolare nel nostro panorama letterario. Per il poeta il paesaggio si pone, fin dall’inizio, come condizione indispensabile, ragione principale di vita, nucleo affettivo motivante l’esistenza stessa prima che l’attività poetica. Quest’ultima infatti resterà concepibile solo in un ben preciso ambito territoriale, al cui interno è proprio il paesaggio ad esercitare sul poeta un’influenza determinante nell’indirizzarlo verso la poesia fin dall’infanzia. Tanto più che la suggestione e l’incanto di una natura di rara bellezza gli venivano riproposti dai dipinti del padre, pittore e insegnante di disegno. Mediante i paesaggi paterni l’infanzia del poeta entra in contatto con una bellezza elevata al quadrato, che diventa fonte di profonde emozioni e di zampillanti slanci dell’immaginazione, favoriti anche dalla musicalità del dialetto e dal sottofondo carezzevole dei ritmi delle cantilene e delle filastrocche infantili: semplici ma fecondi regali di un ambiente poverissimo e pur ricco di stimoli.

“Il Piave a Santa Mama” – Acquerello di Fiorenza Serrajotto©

Paesaggi “doppi”, dunque, fuori e dentro casa. Il meraviglioso stupore verso gli incanti del paesaggio, sollecitato dall’abile arte paterna, diventa desiderio di corrispondenza con il paesaggio reale che quest’arte ha ispirato. L’animo fanciullo si apre ad una contemplazione che ambisce a farsi comunione con il mistero dell’esistenza, con l’intensa vita di una realtà rivelata dall’arte in tutta la sua bellezza. Questo sentimento di corrispondenza con il mondo esterno è soprattutto gioia di esistere, pienezza di partecipazione alla vita circostante investita dall’egocentrismo del Narciso iniziale. Ma, davanti alle tragiche contraddizioni della realtà, tale corrispondenza vacilla e si incrina. Il rapporto con l’esterno, prima orientato dal fervore dell’immaginazione secondo il principio del piacere, a poco a poco si riconosce precario, lascia filtrare la desolazione di inquietanti solitudini. Eppure l’io del poeta ha bisogno di riconoscere nel paesaggio una traccia dell’affettività altrove negatagli, un rimedio al trauma-eros iniziale (collegato probabilmente ad una carente presenza materna). Il paesaggio – ancorché stilizzato, analogico, iperletterario – si configura come una sorta di alter ego del poeta e non manca di contorni in qualche modo rassicuranti. In alternativa ad una realtà che si rivela nella fosca luce della tragedia e del proprio fluire verso l’ignoto e il nulla, il paesaggio è sentito come l’unica presenza duratura, la sola entità “per una verifica che si possa dare come probabilmente vera” (G. Nuvoli).  

“Il Montello dalle Grave di Ciano” – Acquerello di Fiorenza Serrajotto©

Già nei primi anni cinquanta, Zanzotto definisce questo paesaggio, con una sfumatura d’ironia (còlta, del resto, già da Ungaretti), “una mia Arcadia (nella ‘ingens silva’ del Montello, sulle rive del fiume di Gasparina e dell’Anassillide, prima del Piave e del Montello della Grande Guerra)”. Un paesaggio, cioè, che il poeta vorrebbe sottratto alla Storia e ai suoi errori-orrori, concepito come un luogo dell’anima, nel quale possa trovar posto, tra il frastuono e il furore dell’oscuro fluire degli eventi storici, il canto-incanto che scaturisce dalla contemplazione della natura, secondo una tradizione letteraria risalente almeno a Virgilio. Questa Arcadia poi sconvolta dalla guerra (successivamente dalla lebbra cementizia e ultimamente da ossessive piantumazioni bacchiche) anela a porsi come un “altrove” rispetto alla Storia e al suo farsi disumano. Tuttavia, anche se per la prima produzione poetica di Zanzotto non mancarono gli equivoci, la sua non è un’Arcadia placidamente bucolica, non diventa evasione o dimissionario pretesto per ipocrite consolazioni, né sterile rimpianto per ozi pastorali o idilli boscherecci. C’è sempre la sofferta consapevolezza che davanti alla Storia non esistono possibilità di rifugio o di approdo ad altri mondi. Il poeta percepisce nitidamente l’insufficienza della Storia in una qualsiasi prospettiva di salvezza, nonché l’impotenza dell’uomo a convogliarla in tal senso. Ben lungi dal proporre salvezza, la Storia si rivela solo nella sua cieca impetuosità, nelle sue traumatiche devastazioni che uomini e paesaggio hanno tragicamente subìto. Il cataclisma della Grande Guerra, in primo luogo, con i massacri tra Piave e Montello, il ricordo dei quali era ferita ancora aperta durante l’infanzia del poeta. E al “Fiume fedele”, Zanzotto si rivolge nella poesia Sul Piave (in IX Ecloghe) riconoscendogli il merito di aver geologicamente modellato un territorio e plasmato un microcosmo antropologico:

                            “Era ad era, minuzia a minuzia,

                            crescesti questi sedimenti 

                            da cui prendemmo forma e forza a vivere”

Le ere geologiche, dunque, il millenario costituirsi dell’esile mito di un’Arcadia totale, le origini. La scommessa della poesia consiste proprio nella ripresa del contatto con le origini, nel cercare di riattingere le radici. È questa la condizione prima per un impegno che voglia darsi senso e ridare fondamento ad un’etica. Dal ritorno ad una auroralità-infanzia come grado massimo della “buona fede” nei riguardi della vita può derivare la speranza di trovare una “parola” di salvezza e di rifondazione, di fiducia che possa esorcizzare e neutralizzare “ogni fenomeno di accumulo di morte, ogni potere-morte”. Zanzotto si attesta dunque su una linea leopardiana di resistenza della dignità umana, ricollegandosi anche a tutta una tradizione che lega la nostra zona a presenze letterarie significative: Gaspara Stampa (che cantò a questi colli il suo infelice amore per il bel Collaltino di Collalto), Angela Veronese (divenuta, in Arcadia, Aglaia Anassillide), monsignor Della Casa (l’autore del Galateo, che soggiornò nell’abbazia di Nervesa). In questi luoghi, negli ultimi secoli, la Storia è entrata di prepotenza con il suo insensato fluire: prima la progressiva devastazione ottocentesca del “Gran bosco”, poi le stragi e sofferenze della prima guerra mondiale, che hanno coinvolto anche la famiglia di Zanzotto:

           “sulla tua riva sinistra mia madre patì sola,

                 a destra combatteva mio padre ed io non ero.”                                       

                                           (da Sul Piave, in IX Ecloghe, Milano, Mondadori, 1962)

Da allora i luoghi deliziosi di passate Arcadie conservano segni laceranti e si sono ricoperti di ossari e cippi. In Galateo in Bosco Zanzotto individua una “linea degli ossari” che corre lungo il Montello e l’asse fluviale del Piave. Ossari diventati luoghi della negazione delle persone, ”dove in cassettini minuscoli / han ricetto le schegge dei giovinetti fatti fuori” (Il Galateo in Bosco, Milano, Mondadori, 1978, pag. 25) .  Pure la toponomastica ha assunto un alone al tempo stesso macabro e ammonitore (Isola dei morti, Valle dei morti). Ma poi il Montello e il Piave anche come luoghi d’avventura di Zanzotto ragazzo, che attraversava il fiume al passo barca di Falzè e si addentrava in bicicletta tra stradine e viottoli del Bosco, la collina come la giungla di Salgari. La Storia vi aveva già fatto la sua devastante irruzione, ma la natura stava tornando a riprendersi il proprio. 

Acquerelli di Fiorenza Serrajotto ©

L’irruzione della Storia, riverberatasi sul paesaggio con monumenti, sacelli e lapidi, nei decenni successivi si ripropone in altra veste nella furia consumistica dei weekendisti e dei frequentatori domenicali di trattorie e ambienti tipici, in “un affastellarsi immondo di stragi e di feste intestinali”. L’Arcadia si scontra con il consumismo che rende tutti bisognosi del superfluo, viene aggredita da urbanizzazione dissennata, zone industriali e centri commerciali. Da ultimi, vi irrompono gli effetti dell’ossessione del PIL, il caos disumanizzante del mondo globalizzato e supertecnologico (per molti aspetti promesse mancate), il turbocapitalismo, il risiko sgangherato della finanza mondiale. Per dirla con le parole di Zanzotto nella Conversazione con Marzio Breda (Milano, Garzanti, 2009) “c’è un volano infernale che gira ed esaspera una certa idea di onnipotenza che poco ha a che fare con il destino umano”. Ormai il “cretinismo del mercato” e il “fondamentalismo globalista” dominano su tutto, imperversa “la furia globale / tutta sbavante di poter lucrare / anche sul proprio funerale” (da Misteri climatici, in Conglomerati). Solo una piccola minoranza si preoccupa dello sconvolgimento climatico e della sorte del pianeta. Prima c’erano i campi di sterminio, adesso siamo passati allo “sterminio dei campi”, ma la logica sembra la stes

 “5 pianeti occorrono alla fame dei terrestri

                   terroristi in favore della pletora”

                             (da Altri 25 aprile, in Conglomerati, Milano, Mondadori, 2009)

Un’Arcadia insomma, quella di Zanzotto, vista costantemente nella luce virgiliana del conflitto: un mondo di dolcezza/beltà/armonia in cui irrompono prima lo strepito delle armi (la guerra mondiale), poi il baccano e gli interessi beceri che sconquassano anche i pensieri e producono stravolgimento e negazione dell’umano. È un’Arcadia che non assume mai connotati definitivamente consolatori, anche se ostinatamente la poesia di Zanzotto ha sempre cercato il recupero di una armonia tra natura e cultura, tra bosco e galateo. Tale tentativo di ricomposizione si oppone al nichilismo e permette di ritrovare a tratti nella realtà quello che Zanzotto, riprendendo un termine della filosofia greca e cristiana, definisce logos. Esiste cioè la forza sottile della razionalità, per cui la realtà ha comunque un senso, un fondamento. Tuttavia questo logos-fondamento rimane inattingibile, impermeabile ad un recupero, data la persistente mancanza di coincidenza di realtà e rappresentazione, di soggetto e oggetto. Pur con la consapevolezza che l’uomo resta sempre scisso, solo la poesia può avventurarsi nel tentativo di ricongiungere a intermittenza res cogitans e res extensa. Ma ciò che scaturisce da questo tentativo resta sempre un “balbo parlare”, anche se implica un coinvolgimento completo e ad alto rischio psichico, un’autoimmolazione del poeta senza sicura contropartita. Alla base di questo sforzo generoso c’è soltanto un atto di fede nella poesia, alla quale spetta l’impegno di una ricerca fondante che miri a rinsaldare quello che nell’uomo e nel mondo di oggi è diventato un equilibrio assai labile.  

                                                                                                       Egidio Bolzonello

Foto di Copertina Andrea Zanzotto tratta dal sito http://www.minimaetmoralia.it

Nella gallery gli acquerelli di Fiorenza Serrajotto

COMUNICATO STAMPA del Comitato per la Tutela delle Grave di Ciano – 21/05/2021

”Il Comitato chiede le dimissioni dell’Assessore regionale all’Ambiente”

Nei vari quotidiani sono recentemente usciti numerosi comunicati stampa da parte di diversi attori interessati alla questione delle casse di espansione sul fiume Piave. Come Comitato desideriamo fare chiarezza, citando documenti pubblici incontestabili.
L’Ass. Bottacin evita accuratamente di menzionare la raccomandata del Ministero dell’Ambiente del 10 gennaio 2020, in cui si invita la Regione Veneto a condurre ogni necessaria verifica volta al pieno rispetto della Direttiva Habitat. Nel marzo 2020 il Ministro dell’Ambiente invita l’Ass. Regionale all’Ambiente Ing. Bottacin ad adottare lo strumento dei Contratti di Fiume, raccomandando di garantire la valorizzazione dei territori fluviali ed assicurare il massimo coinvolgimento di comuni, associazioni e comitati. Il Ministro Costa puntualizza che la richiesta di finanziamento per la realizzazione delle casse a Ciano è una “proposta regionale” in seguito a un Piano “predisposto dalla Regione del Veneto”, quindi non per volontà né del Ministero, né dell’Autorità di Bacino (che dipende dal Ministero stesso).
La scelta di Ciano è stata infatti stabilita con il Piano delle Azioni e degli Interventi a firma del Commissario Delegato Dott. Luca Zaia, traendo la scelta dal Piano Stralcio Sicurezza Idraulica del 2009, ma invertendo la accertata priorità dei siti con “vizio di motivazione”, così come legalmente definita la voluta omissione di supporto giustificativo. Infatti Il Piano Stralcio, unico studio ufficiale approfondito e dettagliato finora prodotto, aveva individuato come miglior soluzione il sito di Ponte di Piave.
L’Ass. Bottacin, nonostante questi atti ufficiali pubblici, continua ad imputare questa decisione al Governo, facendo credere che la Regione sia mera e innocente esecutrice. Anche se per assurdo fosse così, da un Assessore Regionale all’Ambiente ci aspetteremmo fosse egli stesso a chiedere al Governo di optare verso la migliore soluzione. Dovrebbe essere il nostro portavoce e miglior alleato nella difesa dell’ambiente e non il nostro maggior oppositore. Facciamo notare anche che il Sottosegretario al Ministero dell’Ambiente Dott. Morassut non ha scritto alla Regione bensì al Sindaco di San Donà di Piave e nella sua missiva, considerata l’urgenza di mettere in atto soluzioni risolutive rispetto all’emergenza del rischio idrogeologico del territorio, dichiara si possa fare una cassa di espansione portando avanti il contratto di fiume in parallelo, senza mai indicare che la cassa sia da realizzarsi a Ciano anziché a Ponte di Piave e neppure che si possa evitare di rispettare le Direttive Europee.
Risulta inoltre evidente che la realizzazione di una sola cassa sarà opera più che sufficiente se verrà messo in atto con efficacia lo strumento del Contratto di Fiume e saranno attuate le altre soluzioni previste dal Piano Stralcio stesso, compresa la risoluzione delle criticità del tratto Nervesa-Ponte di Piave che non necessita di interventi faraonici.
Preme sottolineare che la progettazione delle casse a Ciano, per le caratteristiche dell’opera e i requisiti da rispettare, non potrà mai superare l’esame di una Valutazione di Impatto Ambientale (VIA), a meno che non venga influenzata da forzature politiche.
Inoltre, quest’opera a differenza di Ponte di Piave, per i parametri non rispettati ed i tempi di esecuzione necessari, non potrà in alcun modo rientrare tra i progetti finanziabili con i fondi del Recovery Fund e comporterà invece l’incorrere in sanzioni europee per non aver rispettato le Direttive Ambientali.
A fronte di tutte queste considerazioni troviamo incomprensibili e sconcertanti le posizioni della Regione Veneto, dell’Ass. Bottacin e dei Sindaci di Ponte e San Donà di Piave, e di questo dovranno assumersene le responsabilità qualora si verificassero esondazioni con vittime nel prossimo decennio, in quanto le casse a Ponte di Piave verrebbero realizzate in minor tempo rispetto a Ciano, riuscendo così a garantire la sicurezza dei cittadini con numerosi anni di anticipo. In questo lasso di tempo 80.000 persone vivrebbero in sicurezza. Da ciò deduciamo che la decisione di realizzare le casse a Ciano non è motivata dalla volontà di mettere in sicurezza i cittadini e il territorio bensì da altri interessi, che poco hanno a che fare con il bene della comunità.
Per quanto riguarda poi la idilliaca rappresentazione del parco del Piave che seguirebbe alla incontestabile devastazione dell’area, sentire un assessore all’ambiente esprimersi con tale noncuranza (Gazzettino 15/05/2021), proprio in prossimità della Giornata Mondiale della Biodiversità, sorvolando sul fatto che andrebbe irrimediabilmente distrutta un’area di elevatissimo pregio ambientale e di ricchissima biodiversità, protetta da Rete Natura 2000, suona davvero imbarazzante.
Nei cinque anni del suo mandato da Assessore all’Ambiente, dal 2015 al 2020, il Veneto ha consolidato tre grandi e tristi primati in tema ambientale: prima regione in Italia per cementificazione, prima regione per consumo di pesticidi e una delle regioni con il più alto inquinamento atmosferico al mondo. In qualsiasi azienda privata un amministratore con questi risultati di gestione verrebbe “dimissionato”, non certo confermato per un ulteriore quinquennio e riteniamo quantomeno opportune le sue dimissioni.
Rispettosamente chiediamo ai Sigg. Prefetti di Treviso e Venezia, in qualità di rappresentanti del governo, presenti agli incontri tra le parti interessate intercorsi nei mesi di dicembre 2019 e febbraio 2020 – incontri a cui come Comitato ci è stato impedito di presenziare e in cui si è evitato accuratamente di presentare in modo opportuno l’alternativa – di vigilare affinché le Istituzioni perseguano la migliore soluzione da tutti i punti di vista così come definito dal Piano Stralcio del 2009, nell’interesse della sicurezza della comunità stessa, evitando sperperi di denaro pubblico, sanzioni dell’Unione Europea e la distruzione di ambienti naturali unici e irripristinabili.

Franco Nicoletti
Presidente del Comitato per la Tutela delle Grave di Ciano

Gravelando in primavera

A causa del Covid-19 sentiamo un grande desiderio di aria e di spazio.

Terminata finalmente l’era arancione andiamo sulle Grave ed è finalmente un respiro a pieni polmoni, fisico e metafisico. 

Aprile volge al termine, la primavera è già avanzata, ma secco e freddo prolungati l’hanno sicuramente scoraggiata; i prati sono ancora dorati e trasparenti, solo nelle bassure e negli avvallamenti, che hanno fatto tesoro della poca pioggia caduta, verdeggiano rami e rametti intricati, foglioline e germogli. 

Avvicinandoci ecco però apparire delle aree più addensate e vive, di un giallo splendente, anzi di vari gialli. Appartengo a due specie che alle Grave sono tra le prime a fiorire, in piante isolate o più spesso a formare dei tappeti che spiccano sull’erba ancora secca.

– Ph Sabrina Venuti©
– Ph Sabrina Venuti©

Essi sono il citiso, un cespuglio imparentato con la ginestra, capace di sfidare le escursioni termiche stagionali protendendo con prudenza i suoi rami verso terra e meritandosi la qualifica di “strisciante”; il suo giallo è vivo, intenso e profumato.

Cytisus pseudoprocumbens – Ph Sabrina Venuti©

Accanto vi è l’erba cipressina, di un giallo acidulo, pianta della famiglia delle euforbie, temprata a quasi ogni clima e tipo di ambiente anche per la sua dotazione in oli, gomma, resina. Le foglie ricordano il cipresso, produce un lattice caustico che la rende un cibo sgradito agli erbivori, e un nettare che invece attira gli insetti.

Euphorbia cyparissias – Ph Sabrina Venuti©

Qui è tutto un ronzio di impollinatori: api che danzano e bombi che dopo un pesante atterraggio si intrufolano nelle corolle, gialli nel giallo. Forse il trionfo di questo colore non è casuale: le piante hanno bisogno degli insetti per la riproduzione e dato il momento stagionale di penuria di individui e di specie, attirano l’attenzione dei pochi in circolazione esibendo i loro colori preferiti. Il pensiero si conferma quando, più schiva, compare tra erbe secche e cespugli la globularia dagli splendidi fiori violetti. Il blu pare sia il secondo colore preferito dai nostri.

Globularia bisnagarica – Ph Sabrina Venuti©

Ci dirigiamo verso il fiume accompagnati per un tratto dai volteggi di una cedronella, ed ecco il Piave, che presenta le sue conquiste stagionali: ha scorazzato alla grande in sponda destra, mangiandosi un buon tratto di scarpata e, sormontandola, ha spazzato il bosco di ripa a salici e pioppi. Le tracce sono fresche: il greto di sassi bianchi si è ampliato, gli alberi sono festonati di paglie e trattengono dighe di ramaglie, alcuni penzolano a mezz’asta nel vuoto. Uno strato di sabbia fine e argentata copre il suolo. Per il momento è passata. I giovani pioppi hanno tenere foglioline, i salici hanno già il frutto, si ricomincia.

Il Piave – Ph Santo Buratto©

Il fiume prende e dà, facendo delle Grave un crocevia, un punto di incontro di specie “straniere”, e basta pensare alle globularie arrivate dalla montagna, e al citiso strisciante arrivato dai Balcani, che ritrovano il loro ambiente nelle sassose distese calcaree. Ritornando sui nostri passi due licenidi, piccole farfalle in coppia, si attardano su un fiore di leguminosa, ancora gialla. Commentiamo che è ormai il tramonto, l’ora degli incontri. Ed ecco un cu – cu sonoro, vicino e ripetuto. Solleviamo la testa anche se, si sa, il cuculo non si fa vedere facilmente, ma in questa gelida e molto anomala primavera si cercano istintivamente segni di conforto. Ah! È arrivato!

Il folletto Mazariol a Covolo e sulle Grave di Ciano

 Nella splendida cornice delle montagne della Val Belluna, nei tempi remoti, tra fitti boschi e ampi prati, viveva un singolare folletto chiamato Mazariol, famoso per la sua proverbiale astuzia, tanto da aver ingannato il re barbaro Attila. Era vestito tutto di rosso, compreso il caratteristico copricapo e le scarpe a punta. Si riparava nei “covoli,”cosi’ chiamati i “covi” (ricoveri) per ripararsi nella notte e nelle grotte, cavita’ queste, naturali fatte da erosioni e fenomeni carsici. Sono tante le narrazioni che lo riguardano e tra le più note quelle che rivelano come si dedicava alla pastorizia ed era un ottimo casaro, tanto da aver inventato la ricotta e il formaggio Casatella Trevigiana in omaggio alla terra pianeggiante che lo ospitava durante la transumanza nei periodi piu’ freddi dell’inverno. 

C’era pero’ un posto privilegiato, posto allo sbocco delle montagne. Era un ampio “covolo” fatto a grotta lungo il fiume Piave, sulla roccia della sponda destra dove aveva fatto il suo laboratorio e magazzino e dove riponeva le sue casatelle di formaggio fatte con latte crudo. In quel periodo la fame era tanta e dilagava la pellagra, malattia, questa, che induceva alle allucinazioni e al sonno. Il folletto Mazariol che era di buon cuore con i sfortunati ma terribile e dispettoso con i cattivi, appendeva sui rami degli alberi la casatella per sfamare i piu’ sfortunati e farla conoscere e i più’ credendo fosse un miraggio vagavano oltre. Oggi grazie a lui la Casatella trevigiana e’ un prodotto DOP (denominazione origine protetta) e approda nelle migliori tavole e il “covolo” abitato dal mitico folletto si presume dia in nome al bellissimo e ospitale paese Covolo di Piave. Pochi però’ sanno che era sulle Grave di Ciano dove le acque erano più’ tranquille che il folletto Mazariol amava fare il bagno annuale e asciugare i panni. Una volta fattosi bello raccoglieva i “Mammai” la Stipe Pennata o Lino delle Fate e faceva il romantico con le Fate del Montello che proprio sulle Grave di Ciano amavano riunirsi per ballare e cantare, incantate pure loro dalla bellezza unica del posto. 

Dino de Lucchi

Per altri racconti, vi invitiamo a visitare il sito internet dell’autore:

https://www.racconticonmorale.it

Pandemie e biodiversità

Che questa pandemia sia causata da un virus sfuggito da un laboratorio cinese o trasmesso all’uomo da qualche animale selvatico pare questione accertata (Gatti, 2021). Con certezza, si sa anche che la storia dell’uomo è sempre stata cadenzata da eventi pandemici, ma mai con frequenza tanto elevata quanto nell’ultimo secolo. Gli esperti avvertono che potrebbero arrivare crisi anche peggiori di Covid-19: si stima che in natura siano presenti un numero di virus “non conosciuti” tra 540.000 e 850.000, che potrebbero avere la capacità di infettare le persone. 

Virus sempre esistiti ma sempre in continua evoluzione. Perché ora sono ancora più temibili? Risposte a questa domanda le possiamo trovare nel report pubblicato nel 2020 da IPBES, Intergovernmental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services, massima autorità scientifica su natura e biodiversità, che descrive in modo dettagliato i nessi tra declino della biodiversità e pandemie. In particolare viene dimostrato come la pandemia in corso sia causata dall’attività umana, in primis dall’aumento smisurato degli spostamenti, dalla distruzione degli ecosistemi, dall’erosione della biodiversità e dall’intensificazione degli allevamenti. In altre parole l’uomo va a favorire il passaggio dell’infezione dagli animali selvatici a quelli allevati – o direttamente all’uomo – spingendosi con le sue attività dentro gli ambiti naturali, dentro le foreste, dentro ogni spazio sfruttabile che dovrebbe essere spazio esclusivo della natura o di una convivenza armoniosa e non certo predatoria delle risorse come invece avviene. In particolare, il report sostiene che negli allevamenti intensivi, gli animali, essendo allevati per caratteristiche di produzione piuttosto che per resistenza alle malattie, mancano di quel grado di diversità genetica che fornisce resistenza e resilienza alle infezioni, questi animali agiscono da veicolo preferenziale del virus tra il selvatico e l’umano.

E’ ancora vivo nei nostri ricordi il periodo di chiusura nei mesi di aprile-maggio del 2020. Sospesa ogni attività, la gente è stata costretta a restare in casa, al massimo entro 200 m dalla propria abitazione. Il cielo era pulito e terso come non mai e da quello che inizialmente poteva sembrare silenzio desolante, emergevano i suoni di altre attività, ben più armoniose, come il canto degli uccelli. In quel periodo, quasi onirico per noi umani, gli animali si riappropriavano del loro spazio. Notizie di cervi avvistati in pianura verso Treviso, arrivati dal Piave, passati per il Montello e poi giù, istintivamente attratti dallo spazio finalmente libero. Questo cambio di ruolo, uomo confinato-animale liberato, porta a riflettere sull’enorme pressione che stiamo esercitando sulla natura, confinata in territori ristretti, rimpiccioliti e continuamente attaccati, erosi dal mai arrestato consumo di suolo e dal mito del fare ad ogni costo. 

Il report sopra citato afferma che “l’ultimo secolo è stato un periodo di cambiamento ecologico senza precedenti, con drastiche riduzioni degli ecosistemi naturali e della biodiversità e altrettanto drammatici aumenti di persone e animali allevati intensivamente. Il rischio di pandemie può essere notevolmente ridotto, contenendo le attività umane che causano la perdita di biodiversità, aumentando il livello di conservazione della natura, allargando l’estensione delle aree protette esistenti, creandone delle nuove, riducendo lo sfruttamento insostenibile delle regioni del pianeta ad alto grado di biodiversità”. Attenzione che non si parla solo di Foresta Amazzonica o di altri ecosistemi apparentemente lontani da noi. Si parla di tutta la biodiversità e di tutti gli ecosistemi, ad ogni scala dimensionale e in ogni luogo della Terra, incluso il Piave e il suo unicum ecosistemico dato dalle Grave di Ciano, che rappresentano l’unico avamposto del Veneto di ampie praterie steppiche (magredi), uno degli habitat a più elevata biodiversità in termini di ricchezza floristica.  

Non è polemica ma semplice lettura della realtà se si sostiene che la direzione intrapresa non è quella indicata dalla scienza: da mesi si sente parlare solo del tentativo di contenere e controllare la malattia puntando su vaccini e terapie, mentre il tema della biodiversità è pressoché ignorato. In Veneto, prima regione italiana in termini di consumo del suolo, addirittura si parla da mesi di tamponi, vaccini e di grandi opere, come le Casse sulle Grave di Ciano, come se la tutela della biodiversità fosse argomento avulso da ogni strategia di prevenzione, strategia che la Scienza indica come strada obbligata per sfuggire all’era delle pandemie.

Le Grave di Ciano rappresentano uno dei pochi ambiti ancora dominati dai processi naturali, un luogo dove l’uomo dovrebbe entrare in punta di piedi, anche in rispetto delle tante anime dei soldati caduti durante il conflitto della prima guerra mondiale. Il rischio idraulico va certamente gestito, ma secondo nuovi paradigmi, volti a optare per soluzioni diffuse che mirino a preservare la biodiversità e a dare spazio al fiume anche sacrificando territori produttivi e non assoggettandosi agli arroganti e miopi schemi di una pretesa “dittatura idraulica”. La biodiversità non è solo poesia e bellezza, è fonte di servizi multipli, è soprattutto resilienza, capace di smorzare gli effetti negativi delle attività umane e di diminuire rischi come quello pandemico, ben più pericoloso, subdolo e costoso del rischio idraulico. Questo vale soprattutto per vasti ambiti naturali come le Grave di Ciano, la cui collocazione in un contesto fortemente antropizzato quale la pianura, diventa elemento di mitigazione importantissimo e imprescindibile per il bene di tutti.

Katia Zanatta

Foto di copertina di Ph. Sabrina Venuti

Foto Gallery di Katia Zanatta, Ph. Sabrina Venuti, Ph. Giancarlo Silveri, Ph. Michele Zavarise, Ph. Guido Andolfato

Bibliografia/sitografia:

Fabrizio Gatti, 2021. L’infinito errore. La storia segreta di una pandemia che si doveva evitare. Ed. La nave di Teseo.

https://www.snpambiente.it/2020/11/09/pandemia-e-biodiversita-il-rapporto-ipbes/

https://ilbolive.unipd.it/it/news/pandemie-declino-biodiversita

https://ipbes.net/pandemics

Le grave di Ciano in alcuni documenti cartografici, dal 1800 alla Grande Guerra

È il 1800 e la repubblica di Venezia non esiste più da soli tre anni. L’Impero Austriaco, nuovo padrone dei territori veneti, subito organizza il rilievo topografico degli stessi dando vita a quell’interessante e ricco documento che è la Kriegskarte del ducato di Venezia, edita in soli 8 anni, dal 1798 al 1805, tempi brevissimi per il tempo. Questa è una delle più antiche rappresentazioni in cui le Grave di Ciano appaiono a scala abbastanza grande da poter cogliere diversi aspetti costituenti. La meraviglia è che il documento ci presenta un paesaggio abbastanza simile a quello attuale, con il letto principale a canali intrecciati gravante sulla sinistra idrografica, e l’ampia curva di Rivasecca e Ciano dominata da isole fluviali ben vegetate e separate da canali minori. Le Praterie del Conte Mezzana, il cui palazzo e masserie gravitavano attorno a Bosco di Vidor, ne fanno degli estesi prati, forse adibiti a pascolo. Da Covolo fino al Capitèl dei Lòvi, diversi passi barca collegavano la riva di destra con quella di sinistra, come indicato anche dalle strade che da quest’ultima riva risalgono verso il Quartier del Piave. Tutta la parte in sinistra del fiume, tra questo e la scarpata che sale al Quartiere, apprendiamo dal tenente Birnstil, compilatore della carta, essere pascoli comunali (li Saletti).

Fig.1: stralcio della tavola XII.12 della Kriegskarte. Ghiaie, sabbie e suoli prativi ci mostrano un ambiente simile a quello odierno.

Il valore di questo documento sta proprio nel dettaglio che fissa – come un fotogramma – un momento, uno stato, di quello che forse è l’ambiente geomorfologico più dinamico che esista: il letto a canali intrecciati di un fiume a carattere torrentizio. Ed è proprio questa forte dinamica che conferisce all’ambiente delle Grave il suo carattere di unicità: un letto molto ampio, costituito da un settore principale, dove il fiume si muove a canali intrecciati, quasi del tutto privo di vegetazione, e in destra un ambiente molto più stabile, soggetto ad inondazioni più o meno ricorrenti, piana naturale di sfogo ed esondazione durante le piene del fiume. Se ci inoltriamo da Ciano o da Rivasecca, in questo spazio golenale, troviamo ancora tutti quegli aspetti che ci suggeriscono il passaggio del fiume; dove con tracce più recenti, e dove in modo molto meno evidente, proprio delle barre (elemento di depositi fluviali mobili, che può stabilizzarsi per periodi più o meno lunghi) vegetate ed alberate.

La dinamica di questo ambiente resta inalterata per circa un secolo, dopodiché in una serie di anni ad abbondanti precipitazioni sia nevose che piovose si assiste ad una discreta riattivazione dei canali in destra, vie di naturale espansione delle piene. E si giunge a fine 1917 con il Piave che diventa prima linea nella Grande Guerra, nel tratto da Pederobba alla Laguna di Venezia. In questo periodo il fiume è la terra di nessuno tra i due eserciti opposti, ma la sua dinamica irrequieta comporta il continuo aggiornamento cartografico del suo corso. Ad ogni piena (ed erano frequenti in un corso d’acqua privo degli attuali sbarramenti fluviali per prelievi irrigui ed energetici) i canali intrecciati degli ambienti a Grave cambiavano disposizione e i cartografi militari ne davano riscontro.

Fig. 2: il continuo aggiornamento cartografico del Piave testimoniato in tre stralci di carte austro-ungariche a scala 1:25.000. A sinistra piano d’artiglieria dello 11 giugno 1918 (ASFi, MMM, SC-214/10; n. 176). In centro piano del 25 agosto 1918 (ASFi, MMM, SC-214/8; n. 178) e a sinistra piano del 25 settembre 1918 (ASFi, MMM, SC-214/9; n. 177). Si noti il processo di aggiornamento che dal sovrimpresso cliché azzurro diviene parte della base topografica. I settori numerati sono altrettante zone- bersaglio per l’artiglieria durante eventuale fuoco di interdizione per scoraggiare il transito all’avversario

Il terzo stralcio di figura 2 ci indica un fatto curioso che ha avuto come teatro le Grave di Ciano nell’inverno 1917-18. Molte carte austro-ungariche, sulle Grave – che, val la pena di ricordarlo, erano terra di nessuno – riportano alcuni segni che testimoniano l’attività di pattuglia degli inglesi. Infatti, il settore del Montello fu presidiato dalla 41a e dalla 23a Divisione Britannica da dicembre ‘17 a marzo ‘18. Ecco cosa accadeva nelle notti gelate di quell’inverno: ce lo racconta un fuciliere del XI Battaglione Northumberalnd, il soldato Norman Gladden. Val la pena di leggere:

La notte del 8 gennaio la compagnia ebbe l’ordine di inviare una pattuglia a perlustrare le difese del fiume. Fu posta agli ordini del nostro comandante di plotone e Westgarth e io venimmo scelti come serventi della mitragliatrice Lewis, un onore che non mi fece particolarmente piacere. Togliendoci delle nostre uniformi e di tutti i possibili segni di riconoscimento, indossammo delle tute di tela bianca per mimetizzarci sulla neve. Non prendemmo né l’elmetto né la maschera antigas, soltanto il fucile e una bandoliera. Westgarth portava la mitragliatrice e io le munizioni. Così bardati attraversammo la zona delle trincee: un gruppo di 15 fantasmi bianchi salutati dagli uomini dei nostri avamposti che ci auguravano buona fortuna senza invidia. Era una notte chiara: la neve candida rifletteva una specie di luce sulla distesa di ciottoli. Faceva molto freddo e non eravamo abbastanza coperti per difenderci dal gelo. Lasciandoci alle spalle le nostre sentinelle, con la raccomandazione di stare attenti al nostro ritorno, guadammo il primo canale: un torrente scivoloso di acqua gelida, profondo appena un palmo. La neve farinosa mi aveva gelato i piedi attraverso gli scarponi; ora il bagno ghiacciato mi penetrò fino alle ossa e mi intorbidi completamente le gambe. Il freddo di prima era caldo in confronto a questo. Continuai a camminare, sorpreso dal rumore che facevano i miei piedi insensibili urtando contro i sassi. Avanzammo con circospezione, attraversando altri piccoli ruscelli che scorrevano in canali separati nel letto del fiume. Ciuffi di arbusti rachitici spuntavano qua e là, dove il terreno rialzato formava delle isole più o meno permanenti in mezzo ai ciottoli. Ora il rombo del torrente veniva da tutte le direzioni ed eravamo letteralmente circondati dalle acque scroscianti: un’esperienza bizzarra che aveva del soprannaturale. L’aria gelida, tagliente attutiva le sensazioni. Sapevamo soltanto che dovevamo continuare a camminare per non lasciarci vincere dal torpore della notte circostante. Arrivammo all’ostacolo più difficile da superare: un corso d’acqua largo una trentina di metri ci tagliava la strada e cominciammo a guadarlo senza riflettere. All’inizio era poco profondo, come i ruscelli precedenti, ma arrivati nel mezzo il fondo scese e l’acqua turbinosa ci arrivò quasi alla cintola. Ora sarebbe sicuramente calata ma, a mano a mano che ci avvicinavamo alla riva opposta, l’acqua continuò a salire e la corrente ci investì con impeto travolgente. Colto di sorpresa, mi trovai ad annaspare, immerso fino al collo. L’uomo che mi precedeva era stato trascinato via dalla corrente ed era riuscito a stento a raggiungere una sporgenza della riva. A me accadde lo stesso. Per qualche istante persi completamente l’equilibrio e Mi sentii trascinare via come un turacciolo, senza poter far niente. Me la vidi brutta, perché non ero un gran nuotatore. Poi la riva mi venne incontro e proprio mentre ero preso in un mulinello, una mano si sporse e mi trasse in salvo sulla sponda ghiaiosa. Tutto accadde in men che non si dica. Fu una vera fortuna che la corrente ci trascinasse verso la riva perché, qualche metro più a valle, saremmo finiti nel corso principale. […] Andammo avanti ma con più cautela perché la nostra brutta avventura ci aveva piuttosto scossi. Al ritorno, bisognava riattraversare quel torrente vorticoso, e se qualcuno era ferito… […] Il cielo era una volta luminosa come si vede di rado nella nostra isola: il chiarore delle stelle faceva risaltare i cespugli bassi contro la neve e combinato col rumore dei nostri scarponi sui ciottoli, sarebbe bastato a rivelare la nostra presenza a una pattuglia nemica che si aggirasse nei pressi. In realtà, eravamo soli là fuori, anche se allora non potevamo saperlo. Ormai il rombo del corso d’acqua principale superava ogni altro rumore. L’ufficiale andò avanti in perlustrazione con un sottufficiale e una staffetta. La loro assenza fu di breve durata, ma nell’attesa credetti di morire di freddo. Avevano constatato che il fiume, poco più avanti, era così gonfio per le piogge recenti e così turbinoso da costituire una barriera invalicabile per noi e per il nemico, perciò non ci avevano molestati. Ben lieti di rimetterci in cammino, tornammo al torrente appena guadato e, dopo un breve consiglio di guerra, fu deciso di formare una catena tenendoci per le braccia e di tagliare la corrente. Manovra che ebbe pieno successo e ci servirà di lezione per il futuro. La corrente ci trascina via come prima, ma reggendoci a vicenda non avemmo difficoltà a raggiungere l’acqua bassa.

Non so dove trovai la forza di percorrere l’ultimo tratto di strada. Il mio abbigliamento sommario era inzuppato d’acqua gelata e rendeva il mio corpo intirizzito. Il freddo aveva annullato in me ogni altra sensazione. Ricordo vagamente di aver attraversato le nostre trincee e di aver udito voci isolate che venivano dall’ignoto, e aver salito a tentoni gli scalini che portavano alla strada e di essere entrati in una stanza che mi sembrò il paradiso. Eravamo al comando di Battaglione e parecchi recipienti di acqua bollente davano al locale l’aspetto di un bagno turco. Varie figure in divisa cachi mi aiutarono a togliermi di dosso i cenci fradici e l’acqua calda cominciò subito a fare effetto.

Quest’avventura non fu unica, come del resto si capisce da questa memoria. I soldati affineranno la tecnica per affrontare le gelide notti e le più ancor gelide acque, cospargendosi di grasso, facendo uso di corde e allacciandosi a catena umana. Molte volte, quando riuscivano ad attraversare tutti i rami del Piave, tornavano con qualche vedetta austro-ungarica fatta prigioniera.

Quest’attività partiva da Ciano e attraversava il Piave in direzione nord. Ed era talmente frequente e molesta che la cartografia austriaca la riportò nelle sue mappe, segnando il sentiero seguito nel primo tratto (Fussweg, in rosso ed evidenziato in figura 3) fino a raggiungere un’isola fluviale da cui partivano le scorrerie (Englander nest [nido degli inglesi], in tedesco e Anglosziget [isola degli inglesi], in ungherese: in blu evidenziato in figura 3). Uno dei pochi casi in cui è stata documentata in carta attività di pattuglia.

Fig.3: carta austro-ungarica (ASFi MMM P-214/9) che rappresenta le disposizioni avversarie e, evidenziati in giallo, i segni dell’attività di pattuglia notturna effettuata dagli inglesi. Questi partivano in plotone da Ciano e arrivavano alla linea degli avamposti avversari facendo il percorso più lungo, attraversando tutte le Grave.

Durante la Battaglia del Solstizio, nel giugno ’18, sulle Grave non fu tentato l’attraversamento del fiume, in forza proprio del grande spazio scoperto da percorrere: gli austro-ungarici getteranno i loro ponti di barche da Falzè di Piave in giù (in 9 giorni di battaglia verranno costruiti e ricostruiti circa 70 ponti). Sarà durante l’ultima grande battaglia, quella del 24 ottobre’18, nota col nome di Battaglia di Vittorio Veneto, che un ponte di barche italiano sarà gettato a più riprese – sia per la forte corrente del fiume sia per l’efficacia dell’artiglieria austro-ungarica – davanti al Buoro di Ciano, laddove le Grave si restringono e il Quartier del Piave si avvicina al Montello. Ci furono momenti tragici in cui i reparti italiani resteranno isolati tra il fuoco e l’acqua, col solo soccorso dei biplani che si abbassavano a gettare sacchi di viveri e munizioni. È in questi primi due giorni che l’Isola Verde, così denominata per la stabilità della sua vegetazione arbustiva, si coprirà letteralmente di cadaveri e prenderà il nome che ancor oggi ricorda quell’epopea: l’Isola dei Morti.

Fig. 4: carta britannica del gennaio 1918 (ASFi MMM P-178), disegnata su base topografica italiana, leggermente adattata.  Si coglie l‘estensione delle Grave, i nomi gergali delle isole fluviali dati dai soldati italiani, i rami principali del Piave. Una bellissima distesa naturale, affidata alle dinamiche del Piave.
Fig. 5: dall’osservatorio di Monte Fagarè, sopra Cornuda, verso la Grave di Ciano. La zona più scura tra le due scritte “F. PIAVE” è una larga barra fluviale ben vegetata allora nota come Isola Verde. Dopo La battaglia finale dell’ottobre 1918 assumerà il triste nome di Isola dei Morti.

In conclusione, un evento così grande e devastante come quella guerra, non avrà recato una minaccia seria a quell’ambiente, pur lasciando un’innumerevole quantità di proiettili esplosi e non, e chilometri di filo spinato. Il Piave attraversò anche questa follia umana, continuando la sua strada, illuminando il territorio di vita e meraviglia, mentore ancora inascoltato.

Francesco Ferrarese

Bibliografia essenziale:

Ferrarese F. (2017) Il Montello nella Miscellanea di Mappe Militari della prima guerra mondiale. In: Bondesan A., Scroccaro M. (a cura di). Cartografia militare della prima guerra mondiale. Cadore, Altopiani e Piave nelle carte topografiche austro-ungariche e italiane dell’Archivio Di Stato di Firenze. Antiga Edizioni, 2017.

Gladden N. (1977) Al di là del Piave. Garzanti

Rossi M. (a cura di) (2005) Kriegskarte, 1798-1805. Il Ducato di Venezia nella carta di Anton von Zach (Das Herzogtum Venedig auf der Karte Antons von Zach). Fondazione Benetton Studi e Ricerche. Grafiche V. Bernardi.

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