Bisogna essere punti, per agire?

Le giornate mondiali dedicate alle api, alla biodiversità, alle lucciole… si susseguono a ritmo sostenuto. Sono campanelli di allarme per chi non vuol sentire?

Pensare alle api significa evocare un alveare, una struttura mirabile fatta di migliaia e migliaia di individui, che comunicano tra loro con un linguaggio stupefacente al fine di coordinarsi  in una gamma di funzioni, differenziate per ogni stadio della loro pur breve vita. Sono piccoli e infaticabili animali che procurano prodotti da sempre utilizzati ed apprezzati dall’uomo: miele, polline, pappa reale, cera, propoli e veleno. Ci dimentichiamo che per nutrire se stesse e i loro piccoli le api hanno sviluppato un reciproco e fruttuoso scambio con le piante: da queste prendono nettare e polline e restituiscono loro un servizio, il trasferimento del polline di fiore in fiore. Si realizza così la fecondazione incrociata, ovvero quello scambio genetico che è alla base della biodiversità vegetale e grazie alla quale le piante maturano frutti e semi. 

Non tutti sanno che in questo immane lavoro, accanto alle api domestiche sono coinvolti miriadi di api selvatiche dai nomi misconosciuti, come andrene, silocope, megachili, presenti in Europa con centinaia di specie e i più noti bombi, presenti con decine di specie.

Quando parliamo di api, comprendiamo dunque anche questi insetti impollinatori che, a differenza delle api domestiche, vivono in piccole colonie come i bombi o singolarmente come appunto le api “solitarie”. A tutti loro spetta l’impollinazione dei tre quarti delle specie orticole che portiamo in tavola e di altrettante specie di piante selvatiche, scelte in base alla corrispondenza tra la conformazione del fiore e l’apparato boccale dell’insetto. Un reciproco adattamento maturato in decine di milioni di anni di coevoluzione.

Le api sono responsabili di circa il 70% dell’impollinazione di tutte le specie vegetali viventi sul pianeta e garantiscono circa il 35% della produzione globale di cibo. (dati ISPRA)-

Questo complesso e affascinante mondo, di importanza vitale per la  sopravvivenza dell’intero pianeta, si trova attualmente in grande sofferenza. Gli apicoltori, grazie alla consueta vicinanza con i loro piccoli animali, ne sentono il polso e non possono che lanciare allarmi: attacchi da parte di parassiti, di predatori, ma soprattutto morie improvvise di individui e annientamento di interi alveari. Si può supporre per analogia che in simile stato di sofferenza siano gli impollinatori selvatici. 

In effetti, i numeri relativi alle popolazioni di insetti impollinatori minacciate e a rischio di estinzione non sono disponibili, ma le valutazioni a livello regionale e nazionale indicano alti livelli di minaccia per api e farfalle. In Europa quasi la metà delle specie di insetti è in grave declino e un terzo è in pericolo di estinzione. Inoltre, il 9% delle specie di api e farfalle è minacciato di estinzione (dati ISPRA).

A livello globale, la sparizione di habitat e l’inquinamento ambientale sono tra le principali cause di questo declino.

La situazione locale rispecchia tali dati. Anzi, la nostra regione ha particolari responsabilità, dati suoi record negativi: da svariati anni occupa i primi posti in Italia sia per consumo assoluto di suolo, ovvero per cementificazione di suolo agricolo, sia per utilizzo di pesticidi/ettaro.  

Ulteriori concause derivano dalle moderne scelte agricole che vediamo concretizzate attorno a noi: l’eliminazione delle siepi, l’eliminazione dei grandi alberi con cavità, dove gli impollinatori selvatici possono nidificare, l’uso indiscriminato del diserbo con sterminio di ciò che non è immediatamente e tangibilmente produttivo. Cosa resta? Restano le estensioni a monocoltura con le loro fioriture abbondanti ma effimere,dopo le quali… il nulla. Oggi gli insetti muoiono di fame oltre che di veleno, e quelli che sopravvivono sono deboli, facilmente preda di parassiti e malattie. 

Se si considera poi l’incognita dei cambiamenti climatici, si comprende che l’ambiente è divenuto inospitale per la maggior parte degli insetti impollinatori.

In questa drammatica situazione appare inestimabile il valore di un territorio a noi vicino come le Grave di Ciano, estese per centinaia di ettari nella golena del Piave e prevalentemente costituite da praterie spontanee ad alta biodiversità. Definite area “wilderness”, le Grave sono un rifugio per specie che non trovano ormai casa in nessun’altra parte della pianura, una vera e propria riserva biogenetica da difendere con i denti.

Anche con il comportamento giornaliero possiamo fare la nostra parte come alleati di questi piccoli esseri di importanza vitale: favoriamo l’agricoltura biologica, acquistiamo prodotti non trattati e, se abbiano la fortuna di poter gestire un orto o un giardino, mettiamo in atto le pratiche a volte veramente semplici, che li rendono ospitali agli insetti.

Ecco un esempio tratto dalla Charta dei giardini, encomiabile iniziativa svizzera da qualche tempo adottabile anche in Italia. 

Possiamo avere un prato accogliente 

Per scaricare la versione italiana della Charta dei giardini clicca qui.

Alessandra Tura

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