Corsi d’acqua da risorsa a soggetto: la personalità giuridica dei fiumi

Inizio questo breve testo con una frase da sussidiario delle scuole primarie ‘L’acqua è una risorsa fondamentale per la vita nella terra’. Chi di noi non l’ha sentita durante le ore di geografia mentre il maestro spiega le ‘risorse’ del pianeta? Sono però proprio le verità più ovvie, quasi banali, quelle più difficili da afferrare, discutere e capire. Perché le diamo per scontate e perché sono sempre disponibili. Sono lì, a portata di mano, anzi, di rubinetto, o nel peggiore dei casi di bottiglia. Per un momento, almeno fino alla fine di questo breve scritto, vi chiedo di mettere da parte ogni scettiscismo sul valore della scontata ovvietà.

Infatti, per molte persone del pianeta, dire che l’acqua è preziosa non è assolutamente una banalità. Fermiamoci un attimo, non serve fare il giro del pianeta. Anche in questi stessi giorni in cui scrivo queste righe, non mancano gli appelli di esperti, associazioni di categoria, enti di gestione, meteorologi che ci mettono in guardia sulla scarsa portata invernale dei fiumi padani e veneto-friulani. I titoli che riempiono le testate dei giornali o delle nostre bacheche social pullulano di allarmistici cattivi presagi: ‘Manca l’acqua’, ‘Siamo a rischio siccità’, ‘Non piove da mesi, i fiumi sono ai minimi’ ecc. I titoli si susseguono, l’allarme cresce, almeno fino alla prossima pioggia. Poi il clamore si fermerà, per riprendere eventualmente durante la tarda primavera, quando alcuni giorni di intense precipitazioni riproporranno l’allarme e allora, altro che siccità, i titoli saranno tutti dedicati alle possibili esondazioni. Un ciclo continuo che però ha poco a che fare con quello dell’acqua. E se la siccità, anche quella invernale, non è un evento di per sé stesso, come le possibili piene, sono la ricorrenza e la frequenza di questi fenomeni che iniziano ad essere preoccupanti. Con questo non sto sottovalutando gli effetti negativi di questi eventi estremi, e nemmeno sminuendo l’impegno e il sacrosanto lavoro di coloro che si devono occupare del controllo delle acque o la preoccupazione di coloro che si allarmano se l’acqua non c’è, vedi gli agricoltori, o se è in eccesso, vedi le persone che abitano nei pressi di punti sensibili dove i fiumi potrebbero eventualmente tracimare e causare danni materiali e perdite sentimentali. L’acqua passa velocemente da alleata a nemica, con oscillazioni così rapide che dovrebbero farci quanto meno riflettere.

Fiume Tagliamento a Rocca di Venzone (UD) – Ph. Ignazio Lambertini

Quello che però mi interessa sottolineare in questo breve testo è che la nostra attenzione verso i fiumi è quasi schizofrenica e interessata solo alle polarità estreme, ma soprattutto che il punto da cui guardiamo ai corsi d’acqua è sempre autocentrato (io o la mia comunità più vicina) e antropocentrico (come facciamo a gestire e controllare l’acqua perché non rechi danno alle ‘cose’ umane). Ecco questo è il punto. Il fiume è una risorsa non per l’ambiente, ma per noi. Siamo in qualche modo disconnessi, staccati e indifferenti allo stato di salute del fiume perché non viviamo ‘con’ il fiume ma ‘del’ fiume. Ci interessa in quanto oggetto ad uso e consumo. Nulla di male, sia chiaro! In pratica però, la nostra concezione di stampo illuminista (siano benedetti i Lumi!) è regolata sull’idea di dominio assoluto dell’uomo sulla natura, e respinge la prospettiva che la natura, in questo caso il fiume, sia un soggetto (tra gli altri) con il quale interagire e che abbia una sua personalità, magari giuridica. I corsi d’acqua anzi sono quasi sempre confinati in un ambito di subalternità.

Prima di introdurre quello che è stato un riconoscimento che a livello globale ha fatto rapidamente il giro del mondo è utile precisare che il tema della “soggettivizzazione giuridica della natura va tenuta distinta, pur in presenza di alcune evidenti analogie, dalla sacralizzazione degli elementi naturali, come il fuoco o l’acqua, che non a caso molte civiltà antiche hanno voluto personificare per riconoscere il loro ruolo insostituibile per la nascita e lo sviluppo della vita.” (Louvin, 2017: 624). E veniamo al maggio del 2017, quando, al culmine di un lungo negoziato fra il governo neozelandese e i Whanganui iwi (una comunità locale Maori), attraverso il ‘Whanganui River Claims Settlement’, è stato riconosciuto al fiume Whanganui il carattere di entità vivente, attribuendogli dei diritti significativamente simili a quelli delle persone giuridiche (Charpleix 2018). Non stiamo parlando di un ruscelletto, ma del terzo fiume più lungo della Nuova Zelanda, per capirci, ben più lungo del preteso ‘fiume sacro alla Patria’ e che si collocherebbe quasi in cima alla classifica, per lunghezza, dei fiumi nostrani. Quindi non si tratta di un riconoscimento simbolico, della classica compensazione o di un’opera pia nei confronti di un elemento marginale.

Fiume Stella a Precenicco (UD) – Ph Ignazio Lambertini

Cosa significa riconoscere ad un corso d’acqua la personalità giuridica? Meglio citare direttamente l’atto, per poi chiarire. Nel ‘Whanganui River Claims Settlement’ (Te Awa Tupua Act in lingua Maori) il fiume è definito come “una entità spirituale e concreta allo stesso tempo […] che sorregge e supporta allo stesso tempo la vita e le stesse risorse naturali […] e la salute e il benessere degli iwi, hapū, e di altre comunità del fiume” (Te Awa Tupua Act, s13(a) –Traduzione dell’autore). Queste parole sottolineano e pongono l’accento sul doppio binario attraverso il quale dovrebbe essere interpretato (forse vissuto?) il fiume e cioè come un soggetto attivo, titolare di diritti e doveri perché è fondamentale per la vita ma anche per il contesto ambientale, è parte di un tutto, non a disposizione di qualcuno, e se anche lo fosse, lo è in misura tale da essere necessario per la salute e il benessere. Dunque, ciò è in contraddizione con la qualifica dell’acqua come risorsa, riproposta più volte dalla modernità fino ai giorni nostri. Il fiume non è terra nullius, di cui possiamo disporre perché svuotato di diritti, ma diventa, come acutamente osservato da Roberto Louvin, rifacendosi al diritto romano, una forma “del riconoscimento di questi elementi naturali come res communes omnium, ossia beni da collocarsi extra commercium, al pari delle res sacrae. Utile, però, a questo proposito rammentare come il termine res non indicasse soltanto una cosa in senso materiale, ma abbracciasse per i romani un ventaglio di significati molto più ampio, essendo inteso anche come entità, rapporto, fatto, questione, situazione…” (Louvin, 2017: 625). Nel mondo, quello del fiume Whanganui non è un caso isolato, anzi. Nonostante alcune differenze, che dipendono dal contesto locale e dal corpo legislativo a cui ciascun paese fa riferimento, possiamo menzionare alcuni casi che ci fanno intendere come qualcosa stia cambiando, seppur lentamente. Il nostro approccio si sta modificando, anche se di poco. La questione della personificazione giuridica della natura, accantonata per secoli dal pensiero giuridico occidentale moderno, riemerge oggi in maniera evidente (Gordon 2018).

Per esempio, nel novembre 2016 la Corte costituzionale della Colombia ha riconosciuto uno dei suoi fiumi più lunghi e ricchi di biodiversità, l’Atrato (più di 750 km di lunghezza e con un bacino che copre una porzione di territorio pari a due volte la superficie del Veneto), come soggetto di diritto e persona giuridica, la cui rappresentanza è stata affidata a una ‘commissione di guardiani’ (‘comisión de guardianes del río Atrato’). O, cambiando completamente continente, nel marzo 2017 in India, l’Alta Corte dell’Uttarakhand (uno stato Indiano a nord che confina con Nepal e Cina) si è pronunciata su due casi (successivamente e attualmente sospesi) che hanno portato al riconoscimento dei fiumi Gange e Yumuna, dei loro affluenti (il ‘Gange and Yumuna case’) e dei loro ghiacciai nonché dell’ambiente circostante, come ‘persone giuridiche’. Insomma, siamo di fronte ad alcuni modi di approcciarci ai corsi d’acqua completamente diversi e antitetici rispetto a come siamo abituati a concepire.

Fiume Reno a Sant’Alberto (RA) – Ph Ignazio Lambertini

Per chiudere riporto alcune indicazioni che arrivano dal sesto rapporto del Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici (IPCC 2021), il quale conferma [sic!] quasi tutte le previsioni dei precedenti report sull’attuale traiettoria socio-economica globale dell’umanità: siamo nel bel mezzo dell’Antropocene, senza dubbio! Infatti, la capacità umana, a livello globale, di alterare i processi geologici, che hanno dato il nome all’epoca attuale, sta ora mettendo a nudo l’impatto di tale trasformazione. Incendi senza precedenti in Nord America, Australia e nella foresta amazzonica, eventi meteorologici estremi, inondazioni in aumento, erosione costiera: tutti questi episodi stanno diventando sempre più comuni e i loro effetti sui sistemi socio-economici e politici globali sono sempre più evidenti. Non voglio con questo assumere posizioni moralistiche o millenariste, ci mancherebbe. La mia è speranza: quella di sedermi di nuovo, e come spesso mi accade, in riva ad un fiume e tornare a vedere il lampo argentato di un Temolo (sì, con la maiuscola) che salta sopra il pelo dell’acqua.

Con questo, infatti, non significa che non ci sarà più acqua ma semplicemente che, volenti o nolenti, ci troveremo sempre più invischiati a discutere a proposito di eventi estremi e che i momenti polarizzanti – siccità e alluvioni – saranno di volta in volta maggiormente presenti nel dibattito pubblico. E questo, almeno a livello teorico, potrebbe spingerci a trovare soluzioni alternative ed elaborare schemi di pensiero diversi. Purtroppo, però, in questi momenti estremi di solito manca la lucidità necessaria per affrontarli e bisogna constatare che fino ad ora questa discussione non ha portato da nessuna parte. Forse è il momento di cercare almeno di cambiare prospettiva e magari tentare di non metterci sempre al centro del dibattito ma di provare a ribaltare la visione antropocentrica e autocentrata verso una visione più inclusiva e bio-centrica. Dove noi siamo il fiume e il fiume siamo noi, parafrasando il detto dei Maori Whanganui iwi a proposito del fiume. Prosit!

Francesco Visentin
Università degli studi di Udine

Foto di copertina: Torrente Cormor a Udine Ph Ignazio Lambertini

Breve bibliografia di riferimento:
Charpleix, L. (2018) The Whanganui River as Te Awa Tupua: Place-based law in a legally pluralistic society. Geographical Journal, 184, 19–30.
Gordon, G. J. (2018). Environmental Personhood. Columbia Journal of Environmental Law, 43, 49-91.
Louvin, R. (2017). L’attribuzione di personalità giuridica ai corpi idrici naturali. Diritto pubblico comparato ed europeo, 3 luglio-settembre, 623-648.
Te Awa Tupua (Whanganui River Claims Settlement) Act 2017, s 13(a) (New Zealand).

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