Le grave di Ciano in alcuni documenti cartografici, dal 1800 alla Grande Guerra

È il 1800 e la repubblica di Venezia non esiste più da soli tre anni. L’Impero Austriaco, nuovo padrone dei territori veneti, subito organizza il rilievo topografico degli stessi dando vita a quell’interessante e ricco documento che è la Kriegskarte del ducato di Venezia, edita in soli 8 anni, dal 1798 al 1805, tempi brevissimi per il tempo. Questa è una delle più antiche rappresentazioni in cui le Grave di Ciano appaiono a scala abbastanza grande da poter cogliere diversi aspetti costituenti. La meraviglia è che il documento ci presenta un paesaggio abbastanza simile a quello attuale, con il letto principale a canali intrecciati gravante sulla sinistra idrografica, e l’ampia curva di Rivasecca e Ciano dominata da isole fluviali ben vegetate e separate da canali minori. Le Praterie del Conte Mezzana, il cui palazzo e masserie gravitavano attorno a Bosco di Vidor, ne fanno degli estesi prati, forse adibiti a pascolo. Da Covolo fino al Capitèl dei Lòvi, diversi passi barca collegavano la riva di destra con quella di sinistra, come indicato anche dalle strade che da quest’ultima riva risalgono verso il Quartier del Piave. Tutta la parte in sinistra del fiume, tra questo e la scarpata che sale al Quartiere, apprendiamo dal tenente Birnstil, compilatore della carta, essere pascoli comunali (li Saletti).

Fig.1: stralcio della tavola XII.12 della Kriegskarte. Ghiaie, sabbie e suoli prativi ci mostrano un ambiente simile a quello odierno.

Il valore di questo documento sta proprio nel dettaglio che fissa – come un fotogramma – un momento, uno stato, di quello che forse è l’ambiente geomorfologico più dinamico che esista: il letto a canali intrecciati di un fiume a carattere torrentizio. Ed è proprio questa forte dinamica che conferisce all’ambiente delle Grave il suo carattere di unicità: un letto molto ampio, costituito da un settore principale, dove il fiume si muove a canali intrecciati, quasi del tutto privo di vegetazione, e in destra un ambiente molto più stabile, soggetto ad inondazioni più o meno ricorrenti, piana naturale di sfogo ed esondazione durante le piene del fiume. Se ci inoltriamo da Ciano o da Rivasecca, in questo spazio golenale, troviamo ancora tutti quegli aspetti che ci suggeriscono il passaggio del fiume; dove con tracce più recenti, e dove in modo molto meno evidente, proprio delle barre (elemento di depositi fluviali mobili, che può stabilizzarsi per periodi più o meno lunghi) vegetate ed alberate.

La dinamica di questo ambiente resta inalterata per circa un secolo, dopodiché in una serie di anni ad abbondanti precipitazioni sia nevose che piovose si assiste ad una discreta riattivazione dei canali in destra, vie di naturale espansione delle piene. E si giunge a fine 1917 con il Piave che diventa prima linea nella Grande Guerra, nel tratto da Pederobba alla Laguna di Venezia. In questo periodo il fiume è la terra di nessuno tra i due eserciti opposti, ma la sua dinamica irrequieta comporta il continuo aggiornamento cartografico del suo corso. Ad ogni piena (ed erano frequenti in un corso d’acqua privo degli attuali sbarramenti fluviali per prelievi irrigui ed energetici) i canali intrecciati degli ambienti a Grave cambiavano disposizione e i cartografi militari ne davano riscontro.

Fig. 2: il continuo aggiornamento cartografico del Piave testimoniato in tre stralci di carte austro-ungariche a scala 1:25.000. A sinistra piano d’artiglieria dello 11 giugno 1918 (ASFi, MMM, SC-214/10; n. 176). In centro piano del 25 agosto 1918 (ASFi, MMM, SC-214/8; n. 178) e a sinistra piano del 25 settembre 1918 (ASFi, MMM, SC-214/9; n. 177). Si noti il processo di aggiornamento che dal sovrimpresso cliché azzurro diviene parte della base topografica. I settori numerati sono altrettante zone- bersaglio per l’artiglieria durante eventuale fuoco di interdizione per scoraggiare il transito all’avversario

Il terzo stralcio di figura 2 ci indica un fatto curioso che ha avuto come teatro le Grave di Ciano nell’inverno 1917-18. Molte carte austro-ungariche, sulle Grave – che, val la pena di ricordarlo, erano terra di nessuno – riportano alcuni segni che testimoniano l’attività di pattuglia degli inglesi. Infatti, il settore del Montello fu presidiato dalla 41a e dalla 23a Divisione Britannica da dicembre ‘17 a marzo ‘18. Ecco cosa accadeva nelle notti gelate di quell’inverno: ce lo racconta un fuciliere del XI Battaglione Northumberalnd, il soldato Norman Gladden. Val la pena di leggere:

La notte del 8 gennaio la compagnia ebbe l’ordine di inviare una pattuglia a perlustrare le difese del fiume. Fu posta agli ordini del nostro comandante di plotone e Westgarth e io venimmo scelti come serventi della mitragliatrice Lewis, un onore che non mi fece particolarmente piacere. Togliendoci delle nostre uniformi e di tutti i possibili segni di riconoscimento, indossammo delle tute di tela bianca per mimetizzarci sulla neve. Non prendemmo né l’elmetto né la maschera antigas, soltanto il fucile e una bandoliera. Westgarth portava la mitragliatrice e io le munizioni. Così bardati attraversammo la zona delle trincee: un gruppo di 15 fantasmi bianchi salutati dagli uomini dei nostri avamposti che ci auguravano buona fortuna senza invidia. Era una notte chiara: la neve candida rifletteva una specie di luce sulla distesa di ciottoli. Faceva molto freddo e non eravamo abbastanza coperti per difenderci dal gelo. Lasciandoci alle spalle le nostre sentinelle, con la raccomandazione di stare attenti al nostro ritorno, guadammo il primo canale: un torrente scivoloso di acqua gelida, profondo appena un palmo. La neve farinosa mi aveva gelato i piedi attraverso gli scarponi; ora il bagno ghiacciato mi penetrò fino alle ossa e mi intorbidi completamente le gambe. Il freddo di prima era caldo in confronto a questo. Continuai a camminare, sorpreso dal rumore che facevano i miei piedi insensibili urtando contro i sassi. Avanzammo con circospezione, attraversando altri piccoli ruscelli che scorrevano in canali separati nel letto del fiume. Ciuffi di arbusti rachitici spuntavano qua e là, dove il terreno rialzato formava delle isole più o meno permanenti in mezzo ai ciottoli. Ora il rombo del torrente veniva da tutte le direzioni ed eravamo letteralmente circondati dalle acque scroscianti: un’esperienza bizzarra che aveva del soprannaturale. L’aria gelida, tagliente attutiva le sensazioni. Sapevamo soltanto che dovevamo continuare a camminare per non lasciarci vincere dal torpore della notte circostante. Arrivammo all’ostacolo più difficile da superare: un corso d’acqua largo una trentina di metri ci tagliava la strada e cominciammo a guadarlo senza riflettere. All’inizio era poco profondo, come i ruscelli precedenti, ma arrivati nel mezzo il fondo scese e l’acqua turbinosa ci arrivò quasi alla cintola. Ora sarebbe sicuramente calata ma, a mano a mano che ci avvicinavamo alla riva opposta, l’acqua continuò a salire e la corrente ci investì con impeto travolgente. Colto di sorpresa, mi trovai ad annaspare, immerso fino al collo. L’uomo che mi precedeva era stato trascinato via dalla corrente ed era riuscito a stento a raggiungere una sporgenza della riva. A me accadde lo stesso. Per qualche istante persi completamente l’equilibrio e Mi sentii trascinare via come un turacciolo, senza poter far niente. Me la vidi brutta, perché non ero un gran nuotatore. Poi la riva mi venne incontro e proprio mentre ero preso in un mulinello, una mano si sporse e mi trasse in salvo sulla sponda ghiaiosa. Tutto accadde in men che non si dica. Fu una vera fortuna che la corrente ci trascinasse verso la riva perché, qualche metro più a valle, saremmo finiti nel corso principale. […] Andammo avanti ma con più cautela perché la nostra brutta avventura ci aveva piuttosto scossi. Al ritorno, bisognava riattraversare quel torrente vorticoso, e se qualcuno era ferito… […] Il cielo era una volta luminosa come si vede di rado nella nostra isola: il chiarore delle stelle faceva risaltare i cespugli bassi contro la neve e combinato col rumore dei nostri scarponi sui ciottoli, sarebbe bastato a rivelare la nostra presenza a una pattuglia nemica che si aggirasse nei pressi. In realtà, eravamo soli là fuori, anche se allora non potevamo saperlo. Ormai il rombo del corso d’acqua principale superava ogni altro rumore. L’ufficiale andò avanti in perlustrazione con un sottufficiale e una staffetta. La loro assenza fu di breve durata, ma nell’attesa credetti di morire di freddo. Avevano constatato che il fiume, poco più avanti, era così gonfio per le piogge recenti e così turbinoso da costituire una barriera invalicabile per noi e per il nemico, perciò non ci avevano molestati. Ben lieti di rimetterci in cammino, tornammo al torrente appena guadato e, dopo un breve consiglio di guerra, fu deciso di formare una catena tenendoci per le braccia e di tagliare la corrente. Manovra che ebbe pieno successo e ci servirà di lezione per il futuro. La corrente ci trascina via come prima, ma reggendoci a vicenda non avemmo difficoltà a raggiungere l’acqua bassa.

Non so dove trovai la forza di percorrere l’ultimo tratto di strada. Il mio abbigliamento sommario era inzuppato d’acqua gelata e rendeva il mio corpo intirizzito. Il freddo aveva annullato in me ogni altra sensazione. Ricordo vagamente di aver attraversato le nostre trincee e di aver udito voci isolate che venivano dall’ignoto, e aver salito a tentoni gli scalini che portavano alla strada e di essere entrati in una stanza che mi sembrò il paradiso. Eravamo al comando di Battaglione e parecchi recipienti di acqua bollente davano al locale l’aspetto di un bagno turco. Varie figure in divisa cachi mi aiutarono a togliermi di dosso i cenci fradici e l’acqua calda cominciò subito a fare effetto.

Quest’avventura non fu unica, come del resto si capisce da questa memoria. I soldati affineranno la tecnica per affrontare le gelide notti e le più ancor gelide acque, cospargendosi di grasso, facendo uso di corde e allacciandosi a catena umana. Molte volte, quando riuscivano ad attraversare tutti i rami del Piave, tornavano con qualche vedetta austro-ungarica fatta prigioniera.

Quest’attività partiva da Ciano e attraversava il Piave in direzione nord. Ed era talmente frequente e molesta che la cartografia austriaca la riportò nelle sue mappe, segnando il sentiero seguito nel primo tratto (Fussweg, in rosso ed evidenziato in figura 3) fino a raggiungere un’isola fluviale da cui partivano le scorrerie (Englander nest [nido degli inglesi], in tedesco e Anglosziget [isola degli inglesi], in ungherese: in blu evidenziato in figura 3). Uno dei pochi casi in cui è stata documentata in carta attività di pattuglia.

Fig.3: carta austro-ungarica (ASFi MMM P-214/9) che rappresenta le disposizioni avversarie e, evidenziati in giallo, i segni dell’attività di pattuglia notturna effettuata dagli inglesi. Questi partivano in plotone da Ciano e arrivavano alla linea degli avamposti avversari facendo il percorso più lungo, attraversando tutte le Grave.

Durante la Battaglia del Solstizio, nel giugno ’18, sulle Grave non fu tentato l’attraversamento del fiume, in forza proprio del grande spazio scoperto da percorrere: gli austro-ungarici getteranno i loro ponti di barche da Falzè di Piave in giù (in 9 giorni di battaglia verranno costruiti e ricostruiti circa 70 ponti). Sarà durante l’ultima grande battaglia, quella del 24 ottobre’18, nota col nome di Battaglia di Vittorio Veneto, che un ponte di barche italiano sarà gettato a più riprese – sia per la forte corrente del fiume sia per l’efficacia dell’artiglieria austro-ungarica – davanti al Buoro di Ciano, laddove le Grave si restringono e il Quartier del Piave si avvicina al Montello. Ci furono momenti tragici in cui i reparti italiani resteranno isolati tra il fuoco e l’acqua, col solo soccorso dei biplani che si abbassavano a gettare sacchi di viveri e munizioni. È in questi primi due giorni che l’Isola Verde, così denominata per la stabilità della sua vegetazione arbustiva, si coprirà letteralmente di cadaveri e prenderà il nome che ancor oggi ricorda quell’epopea: l’Isola dei Morti.

Fig. 4: carta britannica del gennaio 1918 (ASFi MMM P-178), disegnata su base topografica italiana, leggermente adattata.  Si coglie l‘estensione delle Grave, i nomi gergali delle isole fluviali dati dai soldati italiani, i rami principali del Piave. Una bellissima distesa naturale, affidata alle dinamiche del Piave.
Fig. 5: dall’osservatorio di Monte Fagarè, sopra Cornuda, verso la Grave di Ciano. La zona più scura tra le due scritte “F. PIAVE” è una larga barra fluviale ben vegetata allora nota come Isola Verde. Dopo La battaglia finale dell’ottobre 1918 assumerà il triste nome di Isola dei Morti.

In conclusione, un evento così grande e devastante come quella guerra, non avrà recato una minaccia seria a quell’ambiente, pur lasciando un’innumerevole quantità di proiettili esplosi e non, e chilometri di filo spinato. Il Piave attraversò anche questa follia umana, continuando la sua strada, illuminando il territorio di vita e meraviglia, mentore ancora inascoltato.

Francesco Ferrarese

Bibliografia essenziale:

Ferrarese F. (2017) Il Montello nella Miscellanea di Mappe Militari della prima guerra mondiale. In: Bondesan A., Scroccaro M. (a cura di). Cartografia militare della prima guerra mondiale. Cadore, Altopiani e Piave nelle carte topografiche austro-ungariche e italiane dell’Archivio Di Stato di Firenze. Antiga Edizioni, 2017.

Gladden N. (1977) Al di là del Piave. Garzanti

Rossi M. (a cura di) (2005) Kriegskarte, 1798-1805. Il Ducato di Venezia nella carta di Anton von Zach (Das Herzogtum Venedig auf der Karte Antons von Zach). Fondazione Benetton Studi e Ricerche. Grafiche V. Bernardi.

2 pensieri riguardo “Le grave di Ciano in alcuni documenti cartografici, dal 1800 alla Grande Guerra

  1. Piave fiume sacro alla Patria dove ci sono state così tante battaglie e tanti morti. Bisogna informare il Presidente della Repubblica ed anche il ministro della Difesa di questo muro che qui vogliono costruire.
    Ma servirà poi allo scopo di non provocare alluvioni?

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  2. Il sito non deve essere deturpato, zona sacra assolutamente inviolabile… Dobbiamo rispettare chi, prima di noi, ha dato la vita… Un ricorso che non deve essere dimenticato.. Zona sacra per ogni singolo Italiano e per la Patria…. Un monumento da non distruggere!!!!

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